Prologo

Non sono un alpinista. Non ho mai fatto un Ottomila. I grandi giganti delle Alpi li ho visti a malapena dal disotto o in funivia, come la stragrande maggioranza dei comuni mortali.

Le esperienze dell'infanzia si riducono a cinque soggiorni in una colonia estiva di Tonezza, quando, oltre al Cimone, sembrava un’impresa conquistare lo Spitz. Dell’adolescenza ricordo solo qualche estemporanea escursione in montagna con mete quali la Sisilla di Campogrosso o al massimo il Verena. Ben altri erano i passatempi e le passioni che mi assorbivano in quel periodo.

Poi, a vent’anni, non trovando la mia rivista calcistica preferita, in un’edicola di Cesuna, mentre facevo una breve visita alla mia famiglia che era in loco per le vacanze, mi guardai annoiato in giro. Un libriccino con uno strano disegno tra due bande rossastre e fasciato con un cartoncino dalla sgargiante scritta “Novità” attirò la mia attenzione. Lo presi in mano e lessi il titolo: “Guida alle Fortezze degli Altipiani”. Fu come essere attraversati da una scarica elettrica.

La Storia è sempre stata una mia passione, ma mi accorsi in seguito che quella descritta nei libri di scuola o nelle enciclopedie è alquanto fredda, distaccata, quando non addirittura superficiale. Ad ogni modo, divorai il volumetto rimanendo folgorato dallo stile espositivo dell’autore: Gianni Pieropan. Le sue due grandi direttrici: ”gli uomini e gli avvenimenti che hanno scritto con il sangue pagine indelebili di storia, visti attraverso il magico filtro della montagna”, divennero anche le mie.

Altri volumi seguirono ed imparai ben presto non solo il quadro di insieme, ma anche i nomi di ogni singolo monte, valle, e quant’altro lungo le linee del fronte della Grande Guerra.

Poi iniziai ad andare a vedere con i miei occhi, sul “campo”, i vari luoghi, coinvolgendo la morosa un po’ restia, e tutta la compagnia. Dapprima furono gli altipiani dei Sette Comuni e Vezzena, poi iniziammo le esplorazioni di quelli di Lavarone e Folgaria. Era un’attività alquanto dilettantesca che abbracciava solo l’arco di tempo che va da maggio a settembre e che risentiva anche di ogni minimo accenno di maltempo, causa di un’immediata rinuncia all’escursione domenicale.

L’abbigliamento era del tutto inadeguato e l’unica cosa che avessimo e che si potesse definire “tecnica” erano gli scarponi, pur se scelti spesso tra i generi più economici. Fu poi la volta del Grappa, seguito dai monti che sovrastano Arsiè, e quindi dalla montagna che domina l’alta Val Leogra: il Pasubio. Il mio primo vero grande amore.

Non c’era l’emozione di scoprire bui stretti frananti pertugi come nel caso dei vari Forti, ma una sensazione di grandiosità, di sublime. Non c’è cima canalone o anfratto che non abbia visitato su questa magica montagna. Seguì ben presto il Carega, sicuramente più alpinistico, ma nemmeno paragonabile dal punto di vista storico.

E vennero le Dolomiti. Un altro grande, anzi immenso amore. Forse il più grande.

Per diverse estati di seguito scelsi luoghi di vacanza in questa piuttosto che in quella vallata. Le prime escursioni, il primo prender contatto con una diversa realtà, alpinisticamente molto + imponente e che vide le incredibili eroiche tragiche gesta di un'intera generazione di ragazzi Italiani ed Austro-Ungarici.

Proprio sul + bello, il filo si interruppe. Ma non si spezzò. Il matrimonio, nuovi impegni e la crescente ritrosia di mia moglie verso le fatiche montanare, mi consigliarono di indirizzare l’attività sportiva verso il nuoto e la mountain bike. Poi sopravvenne una a dir poco dolorosa separazione.

Che fare? Forse annegare la disperazione nell’alcool o peggio in giro a donne di malaffare, come fanno del resto in tanti? Certo che no! Le montagne erano sempre la e sembrava che una forza misteriosa, magnetica, mi attirasse verso di loro. Pian piano ricostruii una compagnia di amanti delle vette, a volte mi unii ad altri, ma, comunque sia, inizia a dotarmi di un abbigliamento e di un’attrezzatura di prima grandezza. Escursioni sistematiche ad un ritmo di 50-60 lungo tutto l’arco dell’anno. La presa di contatto con ferrate sempre + difficili, dislivelli sempre maggiori, tempi di percorrenza sempre + ridotti, trekking su + giorni consecutivi. Sino a fare cose che una volta ritenevo impensabili, come le Alte Vie delle Dolomiti, della durata media di 9-10 giorni.

La scorsa estate, a luglio, una coppia di cari amici mi prestò un libro. Era “Altavia delle Alpi Vicentine – Storie di Confine” scritto dall’alpinista, lui si, Tarcisio Bellò. Lo lessi con molto interesse e devo ammettere che ne sapevo ben poco di lotte tra montanari confinanti, di cippi di frontiera e di trattati tra gli Asburgo e la Serenissima. Una lacuna, grave se si considera che riguarda luoghi appena fuori porta, che si può ben dire colmata. Tutto preso dai preparativi per l’imminente Altavia delle Leggende Bressanone-Feltre, non presi nemmeno in considerazione l’idea di emulare l’autore e prestai a mia volta il libro ad un amico.

Si chiama Andrea, ma è noto in tutta Montecchio con il soprannome di “Ughe”. Ci conosciamo praticamente da sempre. Lui single incallito, io di fresco ritorno. Il progetto era di passare la settimana di ferragosto in Istria, a godere di un po’ di mare e di vita mondana. Causa un recente cambiamento di lavoro, era la sua unica pausa vacanziera, per me l’epilogo delle ferie.

Come me, anche se in misura minore, si può definire una persona appassionata di montagna e di Grande Guerra. Una sera, al mio ritorno dalle Dolomiti, davanti ad una birra fresca iniziò a dirmi che la lettura lo aveva molto coinvolto. Sono si, precisò, monti visti + volte, ma mai stati “collegati” tra loro in un'unica “collana” e vissuti sotto questa nuova luce interpretativa. La via tracciata da Bellò lo affascinava. Mi rammentò che non aveva mai fatto un’altavia, vuoi per vecchi problemi ad un ginocchio, vuoi per intoppi legati al lavoro.

Dal canto mio non avevo dubbi sulla sua tenuta fisica: è un tipo dinamico, sempre alle prese con vari dopolavori agricoli o di disboscamento. Non in senso lato, ma per preparare il terreno per il “roccolo”, dove dedicarsi anima e corpo al suo hobby preferito: la caccia. Incominciai ad accarezzare l’idea.

Alla terza birra da mezza pinta ero già + propenso alla cosa, alla quarta del tutto convinto.

L’indomani presi in mano il telefono e prenotai, non senza difficoltà, i punti di appoggio per le varie tappe.

Il mattino del giorno designato, alle sette in punto, mi ritrovai così in attesa davanti al cancello di casa. Da Recoaro al Grappa, lungo l’antico confine vescovile. Sarebbe stata una bella avventura e, se non proprio un’impresa da ascrivere negli annali, comunque pur sempre una cosa mai fatta da nessun nostro compaesano e di cui parlare, e magari andarne fieri, con amici e conoscenti.

Brendola, ottobre 2007

SABATO 11 – RIFUGIO CESARE BATTISTI / ALBERGO STREVA

Attraversiamo in auto le strade di una Recoaro ancora assonnata e semideserta in un radioso mattino di sole, poi imbocchiamo la valle che porta alla Gazza, senza incontrare anima viva. Ci accompagnano il buon Pietro ed il figlio, rispettivamente fratello e nipote di Andrea, subissandoci di domande, curiosità ed incoraggiamenti.

Alle otto in punto siamo sul piazzaletto sotto il rifugio Cesare Battisti. Un breve saluto a Pietro ed un arrivederci a tra una settimana sul Grappa, poi entriamo per una breve sosta bagno e caffè. Andrea attacca subito discorso con il gestore, in mancanza di avventori, e gli espone il programma che ci accingiamo a fare. Questi, con aria sorniona, finge incredulità, poi ci squadra da testa a piedi ed infine afferma che Bellò non è partito da qui, ma bensì da Recoaro Mille, via monte Campetto-Fraselle-Zevola. Gli faccio notare, che semmai, il prologo parte da Campofontana, e prosegue per Telegrafo-Lobbia-Fraselle-Zevola, ma rischio solo di innescare una inutile discussione, quindi pago ed esco toccando Andrea ad un braccio.

Il tempo di una sigaretta e di un’occhiata allo stupendo anfiteatro formato dai monti Zevola Plische e Fumante, una stretta di mano molto prolungata, e siamo pronti a partire. Osservo il mio compagno. Non so per quale miracolo, si è finalmente deciso a cambiare la vecchia sacca militare con un moderno zaino da 40 litri, ma rimane per me quasi un mistero del perché abbia il poncio da pioggia ed un ombrello formato famiglia legati all’esterno di esso con pezzi di spago senz’altro da salumi.

Delle due magliette in microfibra che mi ero sforzato di fargli prendere, una è stata distrutta innaffiando di verderame le viti, l’altra ha in bella vista il marchio di un ferro da stiro in mezzo alla schiena.

Indosso la bandana e gli occhiali da sole, allaccio ai polsi i bastoncini da trekking ed inizio la salita, che si sviluppa regolare a tornantini, sfiorando dapprima la base del Sasso delle Molesse, per poi portarsi con un traverso sulla destra sin quasi allo sfocio del Forcellino ed infine, con una breve impennata, sbucare al celebre passo della Lora 1716 m., da tempo immemorabile punto di confine tra Vicenza, Verona e Trento. Mezz’ora per salire dai 1265 m. della partenza, non è male. Mentre attendo Andrea che arriva un po’ trafelato scambio due chiacchere con un tizio ed osservo un cippo datato 1853. Un sorso d’acqua e saliamo insieme il ripido costone mugoso del Plische sino ad una piccola croce in ferro 1970 m. per poi sbucare sulla vecchia mulattiera d’arroccamento. Il cielo è terso con una leggera increspatura di cirri. Godendo la vista sulle sottostanti valli di Revolto e Campobrun e con tutta la costa media e la Cima Carega giusto davanti a noi, scendiamo in relax al rifugio Scalorbi, 1767 m. accompagnati da qualche fischio di marmotta.

In giro non c’è quasi nessuno e basta sgranocchiare un pezzettino di pane per essere subito circondati da uno stormo di gracchi neri. Riflettiamo sul fatto che il confine con il Trentino sia spostato così a sud, rispetto allo spartiacque, sulle tracce ancora visibili, pur se qui fu solo retrovia, della Grande Guerra ed infine sulla bellezza di alcune guglie rocciose nelle immediate vicinanze ed attacchiamo il ripidissimo spallone ovest dell’Obante, sino a sbucare al passo omonimo 2072 m. Mi giro indietro e vedo Andrea arrancare ed ansimare ma senza cedere a nessuna sosta forzata. Considerato che ha all’attivo solo tre escursioni di rilievo nella stagione in corso, contro le mie oltre quaranta, quando arriva gli do una pacca sulla spalla, e gli dico bravo. Il sentiero prosegue un po’ a saliscendi, con qualche breve tratto attrezzato, aggira il torreggiante Castello degli Angeli, e sbuca infine sul ripido invaso del Giaron della Scala. Dalla testata della valle dell’Agno stà intanto salendo la consueta nebbia nella quale ci troviamo ben presto a tratti immersi, lungo una discesa che metta a dura prova le ginocchia. Ad un certo punto vedo Andrea tornare indietro in cerca dell’orologio, perso in uno dei due capitomboli precedenti, e ritornare ben presto sorridente con l’oggetto in mano. Un bel tratto di bosco ombroso e sbuchiamo infine a Campogrosso, 1446 m., dove già da lontano colpisce il luccichio delle numerose auto disseminate nel parcheggio e lungo la strada.

Ci concediamo una sosta al rifugio dove divoriamo un piatto di bigoli con l’anitra e un intero cesto di pane fragrante, e bevendo solamente acqua, due chiacchere con un tizio solitario, che dice di essere li in vacanza da una settimana e con una giovane cameriera molto carina, il consueto caffè con annessa sigaretta e siamo di nuovo in marcia.

Contorniamo alla base la Sisilla da dove osserviamo l’imponente linea di cippi del 1752 per poi iniziare a salire lungo un bel sentiero sino al passo del Baffelan, 1704 m. Di qui inizia lo stupendo sentiero d’arroccamento tagliato nella viva roccia nel 1915 e che, anche con l’ausilio di numerose gallerie e due brevi tratti attrezzati, percorre quasi l’intera cresta del nodo del Sengio Alto. Ci colpisce il contrasto tra il versante trentino in pieno sole e quello vicentino immerso in una tetra e fumigante nebbia, tanto che ci scherziamo anche un po’ su. Mi chiedo quanti e quali sacrifici sia costato ai nostri alpini costruire e presidiare una tale opera. Specie nei lunghi, nevosi inverni di guerra.

Dal passo degli Onari scendiamo per il ramo occidentale del camminamento sino alla selletta nord-ovest lungo un percorso a tratti molto esposto ma di rara bellezza, per poi calare attraverso un fitto bosco di faggi sino alla depressione del Pian delle Fugazze. Il contrasto tra quest’altro passo frequentatissimo da auto e moto e la silenziosa solitudine del percorso appena fatto fa meditare. Le cose sembrano ridursi a due: o nella settimana di ferragosto pochi appassionati frequentano i monti di casa oppure sempre meno gente ha voglia di fare, per quanto sana sia, fatica.

Dopo aver cercato per un po’ la famosa “Pria Favella” ed aver trovato solo un bel cippo in cui campeggia un restaurato “Leon in Moleca” proprio a bordo strada, torniamo sui nostri passi e ci concediamo una bella birra ed una sigaretta comodamente seduti. Siamo pur sempre in ferie no?

Dal passo 1162 m. all’albergo Streva 1119 m. sarà si e no un chilometro di asfalto, che ci accorgiamo ben presto ricco di insidie quando ci sfiorano un paio di centauri in sorpasso a folle velocità. Proprio vicino a noi troneggia un grande cartellone con un casco rovesciato in mezzo, e con la scritta cubitale “usa la testa, il casco non basta …”.

La camera che ci viene assegnata è comoda e con ben tre letti. Ci concediamo una bella doccia e un riposino sino a quasi l’ora di cena. Dopo tutto abbiamo coperto il percorso in sei ore, ben due in meno dei tempi segnalati, e con buoni 1500 metri di dislivello. Andrea scende in sala vestito come un villeggiante: camicia jeans e scarpe scamosciate ed a tavola contrasta molto con la mia t-shirt attillata in microfibra, i mie pantaloni in shoeller’s e le mie ciabatte. Ordiniamo un litro di vino ed uno di acqua gassata, attirando gli sguardi dei commensali e del gestore, tutti o quasi over 60. Quest’ultimo prorompe addirittura in un’esclamazione di meraviglia <ma voi siete alpini!> che ci fa molto sorridere. Un po’ di pasta, tre fettine di vitello tonnato con un po’ di fagiolini ed una mezza albicocca sciroppata con una pallina di gelato è tutto quello che ci viene portato. Forse anche troppo secondo i canoni del posto, visto che una signora rinuncia al secondo in favore di un formaggino, molto + digeribile. Ughe è fuori di sé. Chiama il gestore e lo rimprovera. In capo ad una decina di minuti, come per magia, appare un vassoio di carne salada ed una zuppiera colma di fagioli ed il buon uomo quasi si siede con noi ad ascoltare i dettagli del nostro itinerario ed a sperticarsi in complimenti. Dopo un caffè ed una prugna, ne ordiniamo un’altra ed usciamo a fumare ed a vedere le stelle.

Una falce di luna illumina tutta la bastionata del Carega e del Kerle mentre le pendici boscose intorno a noi sono avvolte dalla + completa oscurità e animate solo da folate di vento o dal richiamo di qualche notturno rapace.

Parliamo un po’ del percorso fatto e di quel che ci attende l’indomani, il Pasubio.

Alle 22.30 siamo già a letto e Andrea cade subito in un sonno profondo, mentre io lascio vagare a lungo i pensieri, sino a che, complice un materasso infossato, vengo rapito da un torpore forse + simile ad un dormiveglia.

DOMENICA 12 – ALBERGO STREVA / RIFUGIO PASSO COE

Alle sette ci alziamo, prepariamo gli zaini ed aspettiamo una buona mezz’ora prima di scendere, ma con nostro grande disappunto non c’è verso di far colazione prima delle 8:30. Imbocchiamo il sentiero che inizia giusto di fronte all’albergo e che taglia un fitto bosco, dove ho il mio bel da fare ad abbattere miriadi di ragnatele, sino a sbucare sulla strada militare. Oggi è domenica e finalmente si vede un buon numero di escursionisti. Distanzio ben presto Andrea lungo le ripide scorciatoie della val di Fieno, sfilo numerose persone con facilità, mi vedo sorpassare da un paio di sky-runners ed infine mi fermo davanti l’imbocco della galleria d’Havet a bere un sorso d’acqua e ad aspettare un buon quarto d’ora il mio socio. Il cielo è di un azzurro intenso anche se a tratti spira una brezza fredda e le prime lingue di nebbia iniziano a lambire l’Ossario giù in basso e poi a risalire quasi come vapore la val Canale. Un ultimo sguardo al Cornetto, al gruppo del Carega e + lontano al Baldo e poi percorriamo insieme la spettacolare Strada degli Eroi. Opera veramente mirabile che, in parte intagliata nella roccia in parte attraverso alcune gallerie, taglia alla base la cresta della val Canale sino a pervenire alle Porte del Pasubio 1928 m.

Qui sorge il rifugio dedicato al generale Achille Papa, indomito condottiero della Brigata Liguria e difensore della sacra montagna, ricavato in una delle baracche più grandi che durante la Grande Guerra gremivano a decine questo luogo, tanto da farlo ribattezzare “el Milanin”. Una folla variopinta e numerosi escursionisti della mountain-bike si accalcano sui tavoli e le panche davanti all’edificio. Noi entriamo a bere un caffè e mangiare una tavoletta di cioccolato e subito ricevo le festose accoglienze dei ragazzi, che divengono quasi un tripudio quando dico loro quel che stiamo facendo e di portare i miei saluti a Renato e a Paolo giù al rifugio Lancia.

Ripartiamo quasi subito lasciando alla nostra destra la cima dell’Osservatorio e l’inizio della Strada delle Gallerie e dalla parte opposta il bivacco Marzotto-Sacchi, ma ad essere sincero i nostri sguardi sono attratti da una bellezza in bicicletta che ci ringrazia con un sorriso.

Saliamo verso l’Arco Romano e la chiesetta di S. Maria, che sorge all’altezza della selletta Comando, e notiamo che ben pochi escursionisti si spingono sin qui.

Con uno sguardo abbracciamo il verdeggiante paesaggio della val Posina racchiusa come in uno scrigno dal gruppo Novegno-Priaforà e dalla dorsale monte Majo-Coston dei Laghi, mentre sullo sfondo la fascia abitata dell’altopiano dei Sette Comuni, sovrastata dal Verena e dal Portule, appare immersa in una foschia azzurrognola.

La guerra qui si legge letteralmente. Un groviglio di trincee, caverne, ricoveri, postazioni si estende in ogni direzione. Alle nostre spalle la strada degli Scarubbi taglia a mezza costa tutto il tormentato gruppo del Forni Alti, forato nelle sue viscere dalla celebre strada delle 52 Gallerie. Verso est si dirama il nodo che parte dal Corno del Pasubio e attraverso la cosiddetta “Sfinge” arriva sino al passo degli Alberghetti. Dalla parte opposta si individua facilmente la geometrica struttura metallica che spunta dalla cima Palon 2235 m, massima elevazione dell’intero massiccio, la selletta Damaggio e poi il formidabile bastione del Dente Italiano, ancora sconvolto sul davanti dalle macerie della grande mina del marzo del ’18, separato tramite un’altra sella dal fronteggiante Dente Austriaco.

Dal giugno del 1916 sino al novembre del 1918 le migliori truppe degli opposti contendenti, Alpini e Kaiserjager, qui si fronteggiarono con indicibili bagni di sangue e risultati pressoché paritari, se non nulli. Non fosse bastata la guerra, basti pensare a cosa possono essere stati gli inverni oppure le estati in una zona pressoché priva d’acqua per diverse migliaia di ragazzi poco + che ventenni, impegnati a trasformare le viscere delle due vette in autentiche città di talpe con postazioni per cannoni e mitragliatrici, magazzini di armi viveri e combustibile, e poi le gallerie di mina e contromina…

Di nuovo in marcia, arriviamo quasi subito al tumulo delle Settecroci che rammentano un brutale massacro avvenuto in tempi remoti tra alpigiani della val Posina e quelli della trentina val Terragnolo. Di qui in poi è tutto un susseguirsi di dossi ed avallamenti di nuda roccia, traforati qua e là da trincee e postazioni. Incontriamo solo una coppia con ben quattro figli piccoli al seguito e poi un terzetto di individui che si muovono con fare circospetto. Nemmeno un paio di battute riescono a smuoverli dal silenzio e, quando mi volto un po’ + avanti, noto che hanno un paio di metal-detector in mano, evidentemente alla ricerca di reperti bellici. Ad un certo punto pieghiamo decisamente sulla destra girando le spalle al costone del Roite e scendiamo verso la diruta malga Buse Bisorte. Solo la stalla sembra ancora abbastanza in piedi ed è un peccato perché il posto è verdeggiante, punteggiato di larici e sovrastato dalle colate ghiaiose del monte Buso che digradano poi in alcune bancate calcaree sino a formare una sorta di anfiteatro naturale. In località Sorgente incrociamo di nuovo il sentiero Europeo che seguiamo, calando rapidamente su terreno fangoso attraverso un magro bosco di abeti. Ci sorprende non poco un ripido tratto di salita che ci porta infine sulla dorsale dei Sogli Bianchi. Incontriamo solo qualche solitario viandante ed una coppia, mentre diventa a tratti arduo individuare la via in mezzo all’erba alta e con una nebbia che, salita repentinamente dalla valle, si fa + fitta ogni minuto. Attraverso innumerevoli resti della guerra arriviamo infine ad un imponente sistema di trincee rivolte ormai verso la Borcola ed incontriamo un escursionista un po’ bizzarro con il quale ci intratteniamo e che, oltre a riempirci di frasi di ammirazione, ci mette in guardia sulla “terribile” salita al monte Maggio.

Ora il sentiero scende deciso attraverso il bosco su terreno non facile a causa del fango e sassi smossi ed in un ambiente che trasuda letteralmente umidità e man mano che la quota diminuisce, il sottobosco si fa sempre + intricato. Andrea si ferma ad una fontanella di pietra, con data 1916 e scritte in tedesco, a bere copiosamente, mentre io lo prendo in giro dicendo che forse è un tranello e l’acqua provoca la dissenteria agli italiani. Lui mi manda allegramente a quel paese. Durante la notte lo farà altre volte facendo la spola dal letto al bagno.

Passo della Borcola 1207 m. Solito viavai di turisti motorizzati e la malga omonima gremita di gente, tanto che per una pasta due bottiglie d’acqua minerale ed un caffè perdiamo due ore buone. Il sole si fa vedere a tratti, ma i crinali sono avvolti da un nebbione densissimo. Il segnavia del Cai dichiara 2 h 35 min. solo per la vetta del Maggio. Chiedo il permesso ad Andrea di saggiare la “terribile” ascesa con il mio passo. Il sentiero sale con pendenza molto sostenuta e fondo instabile in mezzo ad un fitto bosco di latifoglie, sfiora una cava di pietra in disuso ed un paio di costruzioni in stato di abbandono, per poi sbucare in terreno più aperto ed erboso verso la Borcoletta, mentre anche la pendenza si attenua. La nebbia si apre a tratti quando passo vicino al Coston dei Laghi 1832 m, ma poi ritorna implacabile a chiudersi, tanto che vedo la grande croce posta sulla vetta del monte Maggio quando sono a non + di venti metri. Quota 1853. Guardo il tempo impiegato; 1h05’. Non male per un trentanovenne. Cambio t-shirt sudata ed infilo wind-stopper e berretto e sono sorpreso di veder arrivare Andrea dopo 35 minuti, stanco ma pieno di buonumore.

Scendiamo insieme lungo la vecchia facile strada militare che prosegue quasi rettilinea per un bel pezzo, ed alla prima curva prendiamo il sentiero a sinistra che prosegue idilliaco tra boschetti di aghifoglie e piccole radure sino a sbucare nei pascoli di passo Coe 1580 m.

Il sole è tornato con prepotenza e vediamo la nebbia precludere alla vista il Maggio, la valle di Campiluzzi e la gobba di Costa d’Agra: sembra che un sortilegio non le faccia oltrepassare il confine con il Trentino!

Il vecchio rifugio a suo tempo gestito da un olandese un po’ eccentrico è chiuso ed adibito solo a locale invernale, per cui andiamo in quello nuovo, che a dire il vero sembra + un albergo. La camera è ampia con letto matrimoniale e due singoli, bagno, due abbaini e rivestita completamente in legno: sarebbe un nido d’amore ideale. Scherziamo con il gestore, simpaticissimo, di mandarci su un paio di ragazze in camera.

Una doccia ristoratrice ci rimette in sesto. Abbiamo coperto 1800 m di dislivello in 7 ore, due in meno dei tempi del libro, e ci meritiamo una bella cena, che risulta addirittura grandiosa.

Canederli, polenta e goulash, vino rosso e uno strudel sontuoso. La sala da pranzo è piena di gente, ma rimangono ad alloggiare solo un paio di tedeschi, intenti a studiare percorsi su una cartina.

Dopo il caffè e la solita prugna usciamo sul terrazzo a fumare.

La luce lunare dà un tocco quasi spettrale alle foreste di conifere verso il monte Maggio e lungo la strada di malga Zonta, mentre il Toraro e il Campomolon sono immersi nel mare di nebbia. Un altro paio di prugne, due chiacchiere molto interessanti con il titolare, alcune considerazioni sulla giornata che ci attende l’indomani ed alle 22 in punto via a nanna.

Come al solito Andrea parte subito per il mondo dei sogni, mentre io ho la mente piena di pensieri legati al mio passato e, forse al mio futuro. Per fortuna, in capo ad un paio d’ore cado in un sonno profondo.

LUNEDÌ 13 – RIFUGIO PASSO COE / ALBERGO MONTEROVERE

Sveglia alle sette e colazione ricchissima con tanto di croissant appena sfornati. Siamo gli unici in sala e ne approfittiamo per parlare con il gestore, un tipo molto sveglio, della situazione economica attuale che rasenta la crisi. Lui conferma in pieno, dichiarando che le presenze sull’altopiano di Folgaria sono calate del 40% e che il turista mordi e fuggi viene al bar a malapena a consumare un caffè o un gelato.

Ci salutiamo, facciamo scorta d’acqua e cioccolato e usciamo fuori in una mattinata baciata da un sole limpidissimo ma piuttosto fresca. Le campanelle delle mucche al pascolo su prati coperti di rugiada ed un velo di fumo che esce dal camino della vicina malga Coe sono gli unici segni di vita che percepiamo. Il sentiero sale dolcemente verso Bocca di val Orsara dove si biforca e dove scambiamo due parole con un solitario cercatore di funghi. + avanti la pendenza si impenna ma per fortuna la fatica dura poco. Il programma prevede per oggi una tappa soft e l’adrenalina non è nemmeno entrata in circolo. In breve sbuchiamo sulla piatta dorsale del monte Durer e già al primo sguardo notiamo il vasto sistema di trinceramenti che si sviluppano in ogni dove, seppur ormai mezzi interrati o nascosti dall’erba alta. Qui gli scontri furono molto duri nel corso della Strafexpedition del giugno del 1916 e sembra impossibile anche solo immaginare, nella pace del luogo, il furioso scambio di artiglieria tra i forti austriaci di Cherle, Doss del Sommo e Sommo Alto e quelli italiani di Campomolon e Campolongo.

Il percorso prosegue ora in leggera discesa attraverso vecchie strade militari con fondo a tratti erboso ed in mezzo ad uno stupendo bosco di abeti, mentre ogni Km è segnalato dai cartelli di una imminente maratona degli altopiani in mountain bike. Passiamo il tempo a chiacchierare di varie cose nel perfetto silenzio che ci circonda, fino a che non sbuchiamo in un’ampia radura dove notiamo le vestigia di un grande edificio, tenute con molta cura e con una ricca segnaletica di tabelle. È l’ex ospedale militare austriaco di Valfredda, dal quale si diparte una lunghissima gradinata scavata nella roccia che conduce a pochi metri dalla rotabile asfaltata: la Scala dell’Imperatore.

In breve arriviamo al monumento che ricorda il cimitero del soprastante forte Cherle 1368 m, quindi scendiamo ripidamente di fianco ad un canalone dove abbondano querce e faggi sino a giungere ad una bella sorgente che zampilla dentro un tronco cavo posto su treppiedi. Questo è il luogo dove sorgeva il villaggio di S. Fermo e Rustico, raso al suolo a causa della sentenza roveretana del 1752, quando tutti gli abitanti vennero deportati nell’odierna Lastebasse e privati dei loro boschi e pascoli. Uno dei tanti soprusi provocati dalla Storia e che attende tuttora giustizia. L’Astico nasce poco + in su, ad Ortesino, e l’acqua che beviamo con voluttà è fresca e buonissima. Il posto è un paradiso e l’effetto è completato da un’attraente fanciulla bionda che prende il sole in bikini.

Riprendiamo il cammino lungo l’alveo dell’Astico, con tratti aperti e vista sulle contrade di Tezzeli e Perpruneri alternati allo scorrere delle acque in una gola profonda di rocce a piombo, ma coperta dalle fronde ombrose degli alberi. In questa sorta di galleria il torrente romba gagliardo tra massi e cascatelle, per poi placarsi in profonde pozze di una trasparenza color giada-smeraldo. Attraversiamo Cueli Liberi, un pugno di case che sembra fuori dal tempo, tra covoni di fieno ed orti ben tenuti, quindi percorriamo un tratto di scivolosa placca calcarea che un paio di volte ci costringe quasi a mettere i piedi in ammollo, per pervenire presto ad un grande ponte in pietra prospiciente le rovine di un’ampia costruzione. È il sito della Porta del Leon di Veneziana memoria, dove per secoli c’è stato il dazio della Serenissima, soppiantato poi da un mulino e da un grande forno per il pane in funzione fino al 1908.

Ora il sentiero si trasforma in una larga strada selciata che in breve esce dal folto del bosco e per un bellissimo passaggio sottoroccia perviene infine a Carbonare. L’ombrello di Ughe, sempre appeso all’esterno dello zaino, provoca l’ilarità di un gruppo di turisti. Succederà numerose altre volte, e sarà pretesto per due chiacchere e per la solita raffica di complimenti ed incitamenti.

La valle dell’Astico, ora profonda ed ampia, giace ai nostri piedi e la seguo con l’occhio sino alla cima Campolongo da un lato, il Soglio d’Aspio con dietro le tre punte dello Spitz dall’altro. Giro su me stesso ad osservare la torreggiante vetta del Becco di Filadonna, sormontato da nuvole di panna montata, ed il crinale interrotto da una grande colata che si collega all’antecima del Cornetto di Folgaria.

Siamo a quota 1074 m e scendiamo per un pezzo di strada asfaltata molto trafficata sino a Nosellari. Il sole picchia e decidiamo di fermarci all’albergo per un caffè e rifornimento sigarette godendo peraltro della conversazione della barista dagli splendidi occhi cerulei. Riprendiamo la marcia verso Dazio e Piccoli, dove di lontano vediamo il Covolo di Rio Malo, sentinella dell’altopiano di Lavarone dalla notte dei tempi, sino a pervenire a Masi di Sotto, dove riempiamo le bottiglie ad una fontanella. Se non fosse per il gran caldo, complice l’asfalto, il posto sarebbe veramente ameno, con pascoli alternati a boschetti e punteggiato qua e là da qualche piccolo gruppo di case. I cumulonembi diventano sempre più estesi, coprendo larghe fasce di cielo indice questo, assieme all’afa, di temporale pomeridiano. Saliamo verso Nicolussi, Cappella e Gionghi 1172 m, dove ci fermiamo in una trattoria per il canonico piatto di pasta accompagnato stavolta da una coca-cola media, per finire con caffè e sigaretta.

Di nuovo in cammino, si sale per la strada della Platt in mezzo ad un bel bosco e stando molto attenti agli spericolati della mountain-bike, si attraversa una pista da sci in mezzo all’erba alta e ritornati nel bosco si perviene ad un bivio. Decidiamo di allungare un po’ il percorso verso la baita Belem 1420 m, dove un gruppo di bolognesi ci invita a mangiare e bere ogni sorta di prelibatezza ma, complici i primi lontani tuoni, decliniamo e continuiamo a salire sino ad un Belvedere racchiuso da staccionate ed a strapiombo sulla Valsugana. I laghi di Levico e Caldonazzo sono proprio sotto di noi, ma di ogni altra cosa si vede ben poco, con le montagne coperte ed un cielo color ebano tutt’attorno. Si alza intanto un forte vento che ci consiglia di affrettare il passo. Il sentiero è stretto e malsicuro su un pendio prima rivestito di magri abeti e poi strapiombante. In breve perveniamo ad una strada forestale che porta in nemmeno mezz’ora a Spiazzo Alto 1261 m, mentre bizzarre saette squarciano il cielo accompagnate da tuoni sempre più minacciosi. Poche centinaia di metri lungo la strada del Menador, in origine Kaiserjagerstrasse, che sale da Caldonazzo bastano a pervenire al vecchio edificio dell’albergo Monterovere 1255 m, mentre inizia a piovere.

La costruzione sorge sulla strada Levico-Vezzena proprio all’incrocio di quella per Luserna e durante la Grande Guerra servì da alloggio per ufficiali austro-ungarici. E’ gestito da due anziane sorelle nubili con l’ausilio di due ragazze albanesi che lavorano da stagionali. Ci viene fatta un’accoglienza molto calorosa e data una grande camera con bagno, anche se tutto qui sembra risentire del peso degli anni. Dopo una doccia e un riposino di un’oretta scendo giù e attacco discorso con una delle ragazze, che apprendo essere una studentessa universitaria a Trento, molto stanca di montagna tanto da chiedermi cosa ci fanno in questo posto due ragazzi attraenti come noi. Non so se intavolare una polemica discussione o sorridere beato, poi opto per la seconda soluzione.

La cena è incredibilmente abbondante e gustosa, ma ci rendiamo conto che, anche se tutte le tavole sono preparate a puntino, siamo gli unici commensali, con quattro persone a nostro completo servizio. Lasagne al forno, carne salada e fasoi con cipolla, patatine polenta e insalata mista, il tutto innaffiato dalla solita minerale e dal nostro bravo litro di vino in due.

Non possono mancare caffè e prugna.

Dopo cena ci sediamo fuori, ben coperti, e notiamo numerosi lampi sia dietro il Pizzo di Vezzena, che da qui appare come una punta irta verso il cielo, sia verso Asiago. Ogni tanto si ferma una rara auto per un caffè o una birra, e proprio mentre stiamo familiarizzando con la ragazza del bancone, che viene a fumare con noi, arriva un tizio con un quad che se la porta giù a Lavarone. Rientriamo verso le nove e mezza e ci intratteniamo con una delle due anziane sorelle, tutti e tre seduti al tavolo, visto che il bar è ormai deserto. Affrontiamo molti argomenti, mentre il vecchio cane da pastore dell’albergo continua a riportarci un pezzo di legno con una voglia matta di giocare. Apprendiamo che lo stabile è in vendita causa la loro avanzata età e la crisi … tanti anni di duro lavoro per arrivare a questo, dice la donna con un velo di tristezza negli occhi. In Trentino, almeno in alcune aree, la situazione non è così rosea come noi crediamo, ci dice. Per esempio, il Tg regionale dirama notizie un quarto d’ora al giorno in lingua ladina, ancora molto parlata nelle valli di Fiemme e Fassa, poi dieci minuti in altro dialetto tedescofono parlato nella val dei Mocheni ai piedi del Lagorai, ed infine cinque minuti in cimbro. Fatica sprecata, precisa la donna, visto che quest’ultimo si parla solo nella vicina Luserna, ormai ridotta a non più di 180 anime, tanto che l’unico fornaio a fine anno chiuderà i battenti.

Ci chiede di noi e ci loda molto per il modo in cui abbiamo deciso di passare le vacanze, dicendo che sono rarissimi gli italiani che lo fanno ed è un vero peccato, non sanno cosa si perdono.

Un’ultima prugna accompagnata da una sigaretta, poi verso le 23:30 ci congediamo. Oggi il dislivello era circa 600 metri, ma lo sviluppo ha richiesto sei ore, comunque due in meno del libro.

Sento subito il respiro regolare di Ughe, io stavolta mi giro e rigiro nel letto in una specie di sonno che mi accompagna sino all’alba.

MARTEDÌ 14 – ALBERGO MONTEROVERE / RIFUGIO LARICI

Alle otto colazione, sempre soli in sala. Mentre mangiamo ogni ben di Dio, comprese delle squisite marmellate fatte dalle stesse proprietarie e che ci vengono messe sul tavolo in vasi sottovuoto da mezzo Kg, penso che è un vero delitto la chiusura di questo albergo. Partiamo seguiti da calorosi arrivederci e dalla raccomandazione di salutare quel simpaticone di Alessio, su al rifugio Larici.

Il cielo è completamente coperto e soffia decisa la tramontana. Ho i calzoni corti, ma sopra la maglietta infilo il wind-stopper e calco bene in testa la bandana. Un breve tratto nell’erba grondante rugiada poi prendiamo la strada militare che sale con pendenza regolare attraverso un pendio fittamente coperto di larici e abeti. Mi levo un po’ di vestiario, che appendo a tracolla dello zaino, e ben presto distanzio Andrea. Mi sorpassa un biker ansante proprio mentre si apre una estesa radura al centro della quale sorge una specie di malga ben tenuta con camino anche all’aperto e tavoli e panche in legno. Baita del Cangi 1350 m, proprietà della Sat di Levico. Proseguiamo insieme nel fitto del bosco, mentre la strada lambisce un paio di paretine in cui si aprono numerose caverne artificiali. Ogni tanto vediamo un torrentello o un rivoletto scorrerci vicino ed è davvero singolare questa ricchezza d’acque se paragonata alla quasi assoluta aridità del geograficamente contiguo altopiano dei Sette Comuni.

Mentre in giro non si vede un’anima, dopo un altro tratto sbuchiamo nel bel mezzo della Busa Verle 1468 m. I resti del forte omonimo sono a due passi, ormai fatiscenti, e quasi circondati da un boschetto di aghifoglie. Duecento metri di asfalto e sulla sinistra individuiamo subito il segno bianco-rosso del nostro sentiero. Mi giro indietro un momento e fisso gli occhi sui prati ancora tutti butterati dai crateri delle granate. Il libro di Fritz Weber mi torna alla mente. Un intero anno chiusi in una bara di calcestruzzo sotto il bombardamento del Forte Verena e delle batterie di Porta Manazzo e Bocchetta Portule, senza quasi la possibilità di controbattere, se non contro gli assalti della fanteria italiana, data la posizione altimetricamente dominante delle postazioni nemiche.

Il tratto verso la vetta è molto ripido, su terreno prima chiuso tra gli abeti poi più aperto tra mughi ed affioramenti rocciosi. Man mano che si sale il panorama che si apre è sempre più grandioso e ripaga abbondantemente della fatica.

“Nicola vai, ci troviamo in cima!” – mi dice Andrea dopo un tratto impegnativo, ed io lo ascolto, anche se non posso certo dire che sia in crisi di fiato o gambe, visto che l’attesa dura solo un quarto d’ora. Pizzo di Vezzena 1908 m, con il forte costruito direttamente sulla cuspide sommitale della montagna, tanto che la maggior parte dei colpi di cui era fatto bersaglio andavano a vuoto sorvolandolo e andando a cadere nella retrostante Valsugana, per questo evacuata dai civili già nel maggio 1915. Mangiamo un pezzo di cioccolato seduti sotto alla croce metallica e da qui non è difficile capire perché questo fortilizio fosse stato ribattezzato nel primo anno di guerra “l’occhio dell’altopiano”.

Era il più elevato dei gemelli della “cintura” voluta dal feldmaresciallo Conrad tra il 1908 e lo scoppio della guerra, una barriera di sette Forti contro cui cozzarono sanguinosamente invano i nostri. Doss del Sommo – Sommo Alto – Cherle sugli altipiani di Folgaria e Fiorentini, Belvedere, tra l’altro l’unico rimasto quasi intatto e adibito a museo, su quello di Lavarone, poi il Luserna ed infine il Verle e quello dove ci troviamo ora.

Tutta la grande piana di Vezzena si stende ai nostri piedi tagliata in due dalla strada, oltre il crinale del Costesin svettano il Verena ed il Campolongo, che con la lunga bastionata possente del Portule chiudono l’orizzonte a sud. Più vicino a noi cima Manderiolo, verde di mughi da una parte, da quella rocciosa opposta fuma come un vulcano, con le nuvole che salgono dalla valle a velocità vertiginosa. Salgo un gradino e mi aggrappo alla croce, investito in pieno da una vera tormenta di vento. Il cielo è sempre più cupo ed il Lagorai è già sparito dalla vista ma, incredibilmente, si staglia nitido l’intero inconfondibile skyline del Gruppo Brenta ai cui lati biancheggiano i ghiacciai dell’Adamello-Presanella e del Cevedale.

Un tuono rabbioso squarcia il cielo, seguito ben presto da un altro. Inizia a piovere forte quando abbiamo mosso solo pochi passi sul sentiero che corre lungo il ciglione strapiombante. Andrea infila il poncho ed io lo imito subito, non appena finito di sistemare il coprizaino. Le rocce divengono ben presto una sorta di saponetta e ci impigliamo di continuo nei mughi foltissimi. Cado poi cade anche Andrea, fortunatamente senza conseguenze. La pioggia viene giù a torrenti e la discesa diventa viscida e quasi priva di visibilità: d’improvviso sembra notte. In queste condizioni decidiamo di saltare il Manderiolo, peraltro poco significativo, e di scendere giù verso malga Marcai. Ci facciamo strada in mezzo ad un branco di mucche radunate attorno ad una grande pozza d’alpeggio e tagliamo per il pascolo verso la ormai vicina costruzione. Un buon numero di cartelli che fanno chiaramente capire che gli estranei non sono graditi, unitamente al rabbioso latrare di un paio di cani ed alla quasi certezza di trovare qualche riparo di fortuna più avanti ci fanno tornare sui nostri passi.

La strada, in origine militare, è asfaltata e chiusa al traffico e taglia le pendici del monte in costante salita, tra abetaie rigogliose. Devo usare un bastoncino per far sloggiare le mucche che intralciano la via, mentre ora la pioggia cade sottilissima e costante accompagnata da un continuo lampeggiare e da una sequela di tuoni, mentre la visibilità si riduce a poche decine di metri. Sembra di vagare in una nebbiolina eterea che annulla il tempo e lo spazio.

Ad un certo punto ci fermiamo sotto due pini rigogliosi che ci fanno da ombrello a ripararci un po’ ed a fumare una sigaretta. DI caverne, stambugi o ripari in giro nemmeno l’ombra. La prendiamo proprio tutta finché un po’ alla volta non smette finalmente di piovere. Entriamo in Veneto e la strada diventa sterrata, con autentici torrenti nel mezzo da scavalcare di continuo. Finalmente giungiamo a Porta Manazzo 1795 m con il poncho in mano nel tentativo di farlo asciugare, così come le nostre magliette che fumano sotto il sole di nuovo caldo.

Vediamo molti turisti in auto e qualcuno che fa una passeggiata e, dopo le rituali domande, riceviamo una valanga di elogi. In breve giungiamo al rifugio Larici, gli unici a piedi, e dopo aver messo giù la roba in una cameretta, divoriamo un ottimo piatto di bigoli al ragù con tre pezzi di pane a testa, una birra weizen media e un caffè.

Siamo a 1658 m e ci abbiamo impiegato quattro ore a venire qui, una in meno delle tabelle, in quella che è la tappa più breve dell’intera Altavia, ma anche la più bagnata. Troppo breve. Quando il parcheggio si svuota abbiamo tutto il tempo di annoiarci. Per fortuna arriva un nostro compaesano grande appassionato di montagna con la mamma e la sorella che ci fa trascorrere una buona ora in chiacchere. Arriva poi un po’ di gente, complice il cielo di nuovo quasi sereno, e tra questi tre ragazzi di Cogollo con i quali ho conoscenze comuni, con i quali trascorriamo un altro paio d’ore bevendo un po’ di vino con del buon formaggio.

Finalmente, dopo un breve riposino, viene ora di cena. La sala da pranzo è di nuovo gremita, ma gli unici sportivi sono due tedeschi che stanno facendo Monaco di Baviera – Lago di Garda in mountain bike, non ho capito bene con quale itinerario. Trennette ai porcini, carne, formaggi, verdure e due dolci con il solito litro di vino e quello di minerale gassata, caffè e, poteva forse mancare? Prugna, rigorosamente Ciemme Gorizia. Conosciamo il famoso Alessio, ma è troppo indaffarato per fermarsi a parlare, suo figlio: un armadio alto quasi due metri e molto simpatico e la figlia, simpatica e carina. Le due cameriere non sono bellissime ma nemmeno passano inosservate, ed apprendiamo più tardi che sono entrambe rumene.

Usciamo a fumare, come al solito, sotto un cielo in cui si vedono poche stelle per la luna quasi piena e per la presenza di qualche nuvola residua. Oltre l’orlo visibile dei pascoli che si stendono davanti a noi e che digradano poi nella val d’Assa, il Verena ci mostra la sua bella parete nord-est. A poco a poco se ne vanno tutti ed il luogo diventa finalmente silenzioso. Mi metto a fumare un’ultima sigaretta con il bavero rialzato per proteggermi da alcune folate di vento freddo mentre una civetta fa sentire la sua voce da qualche parte su verso cima Larici, poi salgo verso le 22:30 per andare a letto.

Sto sistemando le mie cose quando sento bussare alla porta. Andrea è di sotto, in bagno, io sono in slip e maglietta ed apro pensando sia lui che scherza. E’ una delle ragazze che, imbarazzatissima, mi chiede una sigaretta. Le sorrido e gliene regalo una anche per l’amica, augurandole poi la buona notte. Torna Andrea e gli racconto l’episodio, dicendogli anche che le ragazze sono nella camera attigua alla nostra. Reazione: si leva la maglietta, inizia a far profonde inspirazioni tirando fuori il petto, si pettina, cala un po’ gli slip, prende in mano quattro sigarette e parte deciso a bussare alla porta delle vicine. Viene liquidato in si e no due minuti, non senza educati ringraziamenti, e torna in camera nostra imprecando e spiegando che una era in bikini e “vedessi che bella l’altra in maglietta e perizoma e con i capelli sciolti”. Non faccio in tempo a ribattere che viene tolta la luce, quindi ci mettiamo a dormire.

Domani ci attende il “tappone” di addirittura dieci ore e dobbiamo essere riposati, gli dico. Ughe brontola qualcosa e sento che gira il fianco, ma stavolta è lui che non trova pace nel letto, mentre io dopo un po’ cado tra le braccia di Morfeo sino all’alba.

MERCOLEDÌ 15 RIFUGIO LARICI - ALBERGO MARCESINA

Come d'abitudine ci alziamo alle sette, ma quando scendo le scale mi rendo conto che non c'è alcun segno di vita in tutto l'edificio, e per giunta siamo chiusi dentro da una pesante serranda metallica. Porto giù lo zaino ed infilo gli scarponi, iniziando a far nervosamente il pendolo su e giù per la sala avvolta nella penombra. Andrea invece non perde minimamente il suo proverbiale buonumore. Finalmente verso le otto appare il figlio del gestore, seguito da questi in persona. Ughe attacca subito discorso ed inizia a spiegare il percorso che stiamo facendo ma l'enigmatico Alessio risponde quasi con stizza, ed a nulla valgono altri tentativi su politica, caccia e donne. Si vede lontano un miglio che ha la faccia rabbuiata ed inizia a lamentarsi che ha 150 persone a pranzo, i caprioli da preparare, è stanco ha ormai 60 anni, stamattina non è ancora andato in bagno e via di questo passo.

Ad un certo punto ci fissa negli occhi ed esclama: "ma che ci fate in piedi a quest'ora, ragazzi? Non sapete che oggi è festa?". Trattengo a stento una risposta sgarbata e mi limito a dire che oggi abbiamo davanti una tappa di dieci ore, ma mi manca il coraggio di chiedere la colazione. Forse in preda ad un po' di rimorso ci prepara due tazze di tè, che uniamo ad un paio di merendine da bar, e ci spiega che è originario di contrà Luna sopra Recoaro, iniziando nel contempo a lasciarsi andare a qualche confidenza. Saluti da Monterovere? eh già, quelle donne da giovani erano proprio due belle gnocche, esclama un po' pensieroso. Io e Andrea ci scambiamo un'occhiata divertita. Forse ci sarà stato del tenero fra loro, nel passato, chi lo sa?

Alle nove finalmente riusciamo a saldare il conto e a metterci in cammino, mentre il buon Alessio ci raccomanda di andare piano! Non pensiamo di superare il limite dei cinquanta, gli dico di rimando.

La giornata è quanto di meglio si possa sognare in montagna. Cielo azzurrissimo e sole che complice l'umidità della notte, è quanto mai limpido e abbagliante. I prati, ancora spruzzati d'acqua, pullulano di mucche dai tintinnanti campanacci al pascolo. E' tardi e decidiamo di saltare cima Larici prendendo invece la rotabile per la malga omonima, che da lì in avanti è l'austriaca Eugenstrasse diretta a bocchetta Portule e poi a Campogallina. Saliamo con pendenza regolare attraverso un ombroso lariceto. Ad una grande svolta della strada deviamo sul ripido sentiero che taglia un pendio costellato di grosse radici di conifere e con il fango che a tratti arriva sino alle caviglie, sino a sbucare all'insellatura mugosa di porta Renzola 1949 m. Supero due giovani coppie che mi chiedono informazioni sui nomi dei monti che appaiono all'orizzonte e continuo l'ascesa a tratti ripida, sincerandomi di tanto in tanto della posizione del mio compagno che a volte sparisce alla mia vista, giù in basso, ma che avanza imperterrito. Ad un bivio opto per la salita diretta alla cima Portule 2308 m, dove mi fermo ad attendere Andrea e a bere un po'. Tira aria fredda, tanto che infilo il wind-stopper e levo la bandana fradicia di sudore.

Il panorama che mi si apre intorno è qualcosa di indescrivibile. Ad ovest dietro il Verena si staglia l'Intero Pasubio e dietro a questo il lungo crinale del Carega. Giro un po' lo sguardo e colgo il ghiacciaio dell'Adamello e poi quelli dell'Ortles-Cevedale e davanti ad essi tutta la fantastica struttura di quel merletto rupestre chiamato Gruppo di Brenta. Più vicini vedo il Bondone e la Vigolana ed un grande tratto della grandiosa Valsugana, dove si aprono gli occhi azzurri di Levico e Caldonazzo. Poi tutto il verdeggiante granitico Lagorai, dal Fravort alla cima Cece attraverso il Gronlait, Ruioch, Cauriol, Coltorondo e un po' più avanti i contrafforti del Cimon Rava e la rocciosa imponente piramide della Cima d'Asta. Vari altri gruppi montuosi appaiono e si perdono verso l'orizzonte, ma il mio occhio esperto non fatica molto a riconoscerli. Latemar, Catinaccio, Sassolungo, Sella, la parete sud della Marmolada e poi le stupende Pale di S.Martino con l'acuminato Cimon, la tozza Rosetta, lo slanciato Sass Maor e a destra di queste il Piz Sagron apre la catena delle Vette Feltrine chiusa dal singolare Pavione. Retrocedo con lo sguardo ed individuo il Grappa, poi il Lisser e la piana verde smeraldo della Marcesina, per risalire verso la Caldiera e l'Ortigara sino alla Cima XII ed al Trentin che mi si ergono proprio di fronte. Osservo la parte carsica dell'altopiano ai miei piedi, con la depressione di Campogallina, grande base logistica austro-ungarica in tempo di guerra, e poi la dorsale del Corno di Campoverde-Colombarone-Arsenale ... E' quasi troppo, per due soli occhi... Un gracchio nero si è posato sulla croce che sta a due passi, e sembra osservarmi incuriosito mentre il metallo sul quale serra le zampe luccica quasi abbagliante.

Con Ughe scendiamo verso porta Kempel 2154 m aprendoci la via tra macchie di mughi e qualche roccetta. Ben presto troviamo il segno bianco-rosso e pieghiamo verso la base di cima Trentin attraversando o aggirando di continuo rocce spaccate dal carsismo, grandi doline, sellette e qualche piccolo dosso.

Senza un minimo di allenamento questo continuo su e giù sarebbe a dir poco estenuante, senza contare lo sforzo al quale vengono sottoposte le articolazioni in una camminata fatta spesso su appoggi precari.

Giungiamo ad un bivio e ne approfittiamo per una sosta acqua e sigaretta, chiacchierando nel frattempo con vari gruppuscoli di escursionisti in transito verso la Cima XII che è giusto sopra di noi. Con i suon 2336 m è il punto più elevato della provincia di Vicenza.

Riprendiamo il cammino aggirando un profondo inghiottitoio carsico e dopo un'ultima balza caliamo giù verso il bivacco di Busa delle Dodase, dove notiamo non meno di sei-sette persone indaffarate attorno alle griglie mentre l'aria è pervasa da prelibati odori di carne rosolata e in un vasto spiegamento le bottiglie fanno bella mostra su una tavola. E' l'ora di pranzo ed un po' di languorino mi viene senz'altro, ma mi limito a due chiacchiere, tra l'altro apprendo che sono della Sat di Borgo Valsugana e che il bivacco appartiene alla loro sezione, poi aggiro quasi subito la costruzione iniziando a salire un ripido pendio, sempre seguito da Andrea. Scolliniamo ben presto questa sorta di forcella di Cima Undici ed iniziamo a scendere in una vallecola mugosa dove iniziano ad apparire segni di opere belliche. In breve montiamo sull'ultima parte dell'austriaca Karlstrasse, a suo tempo principale arteria di rifornimento verso il fronte dell'Ortigara e numerosi resti di baracche, muretti, postazioni e caverne si dipanano ai lati, assumendo anche aspetti per certi versi grotteschi nei pezzi di muro con tanto di finestra o nelle brevi gradinate di cemento che non raggiungono più, ormai, nessun posto.

Ad una strettoia della rotabile, tra due spalti di roccia, notiamo la lapide affissa a mezz'altezza e dedicata al grande, indimenticabile Gianni Pieropan. Siamo sulla dorsale di Campigoletti, seconda ed imprendibile linea austro-ungarica, e la complessità del sistema di trincee e di fortificazioni è ancora abbastanza ben leggibile sul terreno. Poco più avanti, in una nicchia scavata qualche metro sotto la strada, troneggia un monumento con croce germanica che ricorda il luogo del grande cimitero militare.

Saliamo decisi sulla grande piattaforma lunare che costituisce l'Ortigara, il "Calvario degli Alpini" di triste memoria, dove all'inizio dell'estate del 1917 in una sola settimana di combattimenti vi furono oltre 33mila inutili caduti di ambo i contendenti, ma il numero degli italiani morti feriti o dispersi fu largamente maggiore di quello nemico. Un caso esemplare dell'ottusità dei nostri comandanti che pretesero l'assalto frontale su un ripidissimo crinale ben difeso da solide postazioni e numerosi nidi di mitragliatrice e, dopo la conquista che ha veramente dell'incredibile, lasciò i nostri a far da bersaglio all'artiglieria austriaca su terreno scoperto e indifendibile sul lato del rovescio. Un tremendo massacro, un bagno di sangue completamente inutile noto nelle scartoffie come "Operazione K".

Suoniamo la campanella issata su una leggera struttura metallica, poi in breve raggiungiamo la celebre colonna mozza di quota 2105, ai piedi della quale ci sediamo a mangiare la poca cioccolata che ci resta ed a bere un piccolo sorso d'acqua, perchè ormai scarseggia anche quella. Gli escursionisti sono numerosi e tra i turisti in scarpe da tennis abbondano i bambini. Oggi è ferragosto e questa è forse la meta più conosciuta di tutto l'Altipiano. Ci muoviamo verso il cippo austriaco e poi sostiamo un attimo a guardare il panorama vertiginoso sul ciglione strapiombante della montagna. Borgo è proprio sotto di noi, 1800 metri più in basso e noto numerosi corpi nuvolosi che iniziano a formarsi sulle vette del Lagorai e sulla Cima d'Asta, tanto vicina e limpida da poterla quasi toccare.

Il sentiero sprofonda a gradoni rocciosi, a tratti esposto ma agevolato da un cordino metallico e dopo una breve galleria molto buia e viscida perviene al passo dell'Agnella 1944 m. Sul prospiciente col Campanaro occhieggiano numeroso gallerie e postazioni. Percorriamo tutta la valletta sino a raggiungere un ricovero di fortuna, quindi iniziamo a salire verso la Cima della Caldiera 2124 m. Un cartello recita "posto di fuoriuscita delle truppe all'assalto dell'Ortigara" in un varco largo qualche metro tra i resti di due muretti a secco. Il sole è caldo e sto sudando copiosamente, ma un brivido irrefrenabile mi corre lungo la schiena. Più avanti, dal Pozzo della Scala in poi, è tutto un susseguirsi di trincee e gallerie, alcune molto ben recuperate nell'ambito di un progetto europeo, ma i cui lavori, non so bene per quale motivo, sono ormai fermi da oltre un anno.

Siamo entrambi un po' stanchi per il grande caldo, senza più niente da mangiare e con si e no qualche sorso d'acqua a testa nelle bottiglie. Marcesina è ancora lontana e noi, presi dall'entusiasmo, stiamo vagando da oltre un'ora in un reticolo di trinceramenti dove una vera selva di mughi sembra vivere in simbiosi con la roccia.

Torniamo sul sentiero segnalato e fumiamo una sigaretta per decidere sul da farsi. Il piccolo rifugio Cecchin dovrebbe essere aperto, dico ad Andrea, perchè non farci un salto a mangiare qualcosa e soprattutto bere? Dopotutto siamo in vacanza, a che serve far tutto il percorso d'un fiato per arrivare magari disidratati? Proposta subito accettata.

Il sentiero con segnavia giallo corre lungamente sul bordo di profondi trinceramenti, ed ai lati e in qualche slargo notiamo intere cataste di mughi tagliati di fresco, aggira cima della Campanella e poi cala verso la chiesetta del monte Lozze, dalla posizione ben visibile anche da lontano per la presenza dell'alta colonna bianca sormontata dalla madonnina. Il luogo pullula letteralmente di gente e quando, salita una gradinata ed aggirato uno spuntone roccioso, ci appare finalmente la minuscola costruzione, non possiamo credere ai nostri occhi. Una folla è accalcata sui pochi tavoli ed anche un grande tendone montato all'esterno risulta letteralmente gremito di turisti in pantaloncini e t-shirt. In un cartello noto un programma settimanale con degli orari quasi militareschi, e non tardo a capire che una squadra di volontari si è assunta l'impegno di ripulire tutta la zona dell'Ortigara, addirittura dormendo e mangiando in loco. Sono gli Alpini della sezione di Marostica che compiono questo sforzo veramente ammirevole, e che inoltre gestiscono il rifugio Cecchin tenendolo aperto nei fine settimana da giugno a settembre con opera di puro volontariato ed in una zona altrimenti sprovvista di qualsiasi punto d'appoggio.

Fortuna vuole che sia quasi pronto un secondo grande pentolone di pasta al pomodoro, ed i nostri due piatti spariscono quasi all'istante assieme ad un litro d'acqua fresca a testa.

Un tizio che naviga verso la sessantina attacca discorso chiedendoci di dove arriviamo e ricevuta la risposta di Andrea "siamo partiti sabato da Recoaro" si mostra ammirato e molto incuriosito. E' compaesano di Bellò, che conosce personalmente, e grande esperto di montagna. Ughe dichiara di non riuscire a credere che l'autore del libro abbia impiegato appena tre giorni a coprire l'intero tragitto e devo ammettere che anch'io ho le mie riserve in proposito, dubbi condivisi anche dal nostro vicino di tavolo. La conversazione passa poi alla Grande Guerra, agli Alpini ed alle Dolomiti, argomenti sui quali non ci facciamo certo pregare per parlare. Beviamo il caffè e salutiamo i nostri commensali, ma non c'è verso di pagare poiché i bravi ragazzi del Cecchin accettano solo offerte. Lasciamo dieci euro a testa nel cestino ed a ben guardare sarebbero anche pochi.

Zaino in spalla e via giù per le scorciatoie della ripida strada militare che scende al piazzale Lozze, che una volta raggiunto ci appare come il parcheggio di un grande ipermercato, e la teoria di auto buttate in sosta alla rinfusa prosegue poi per un altro chilometro lungo la rotabile asfaltata. Più avanti ogni piccola radura od il minimo spazio sgombro da pini o rocce risulta letteralmente preso d'assalto da tavolini e sedie, barbecue o semplici coperte buttate sull'erba.

Guardo il cielo che appare appena increspato da qualche scia biancastra di leggerissime nuvole oppure d'aerei, ed infatti ne vedo proprio uno luccicare al sole. Fa sempre molto caldo e rivoli di sudore mi scorrono lungo il collo, il petto e la schiena. Prendiamo la deviazione per malga Fossetta 1665 m con l'intenzione di evitare il labirinto dei Castelloni di S. Marco e puntare in qualche modo direttamente sulla piana di Marcesina ma, complice la mia vecchia cartina del 1992 che non riporta affatto sentieri riattati o approntati ex-novo, il rischio è di dover fare qualche inutile giro vizioso. Vedo un gruppo di escursionisti guidati da un tizio che sembra sapere il fatto suo, ed infatti ci indica prontamente un sentiero nel folto della boscaglia che fa al caso nostro e che ai nostri occhi sarebbe risultato quasi introvabile.

Sbuchiamo in una grande radura guardata da una parete rocciosa dove si apre una lunga fila di caverne-ricovero e d'istinto scelgo di seguire la stessa su una vecchia strada militare che dopo qualche saliscendi punta decisamente al basso immettendosi in un fitto bosco. Ora gli unici rumori che percepiamo sono i versi canori degli uccelli e lo stormire delle foglie dei faggi. La rotabile sembra non finire mai, o forse siamo noi ad essere stanchi, poi finalmente ci allacciamo ad un'altra mulattiera più grande dove vedo i segni del Cai. Poco più avanti una tabella di legno smaltato recita impietosa: Marcesina - S. Lorenzo 3H30'. Ughe mi guarda un po' scoraggiato, anche perchè riprendiamo a salire e camminiamo già da oltre sei ore e mezza.

Vediamo un bel cippo di confine, poi un altro cartello con la scritta "sentiero dei cippi 1492". Senza volerlo siamo tornati sull'itinerario ufficiale ma poco più avanti, dove la strada ne incontra un'altra non segnalata e semi-allargata dalle recenti piogge, decido di fidarmi del mio senso di orientamento e di seguire quest'ultima. Il bosco, dapprima quasi impenetrabile, si dirada a poco a poco e nello spazio di una decina di minuti, oltrepassato il confine di Grigno, arriviamo in terreno aperto nei pressi di una malga vicino alla quale sostano molti camper con i relativi proprietari divisi tra pic-nic e partita di calcio.

Non so se sia l'odore del mio sudore oppure la bandana nera a ricami bianchi, fatto sta che un nugolo di mosche prende a girarmi intorno ed ogni tentativo di scacciarle è vano. Ughe va avanti quasi per forza d'inerzia quando raggiungiamo il rifugio Barricata, chiuso per radicali lavori di ristrutturazione e sostituito da una piccola struttura con l'appendice di un ampio tendone e, risaliti su asfalto, ricominciamo inesorabilmente a salire. La pianta dei piedi inizia a dolermi, poi oltrepassiamo una griglia e rientriamo in territorio vicentino, in piano, con estesissimi pascoli costellati di roccette e di mucche. Anche qui vi sono numerosi turisti ed un fastidioso via-vai di macchine ci passa vicino. Oltrepassiamo un ex cimitero militare e finalmente il mio sguardo si posa sull'imponente struttura dell'albergo Marcesina 1369 m, e poco discosta, sulla bella chiesetta di S. Lorenzo.

Guardo l'orologio di Andrea. Dislivello ufficiale di oggi è di soli 850 metri, ma chissà di quanto aumentato dagli innumerevoli saliscendi non quotati, ed il tempo effettivo di otto ore, con altre due limate da quello dichiarato.

Mi giro indietro e nell'orizzonte offuscato vedo confusamente la zona dell'Ortigara, molto lontana, il che mi fa riflettere sul grande sviluppo della tappa odierna. Penso sia ragionevole supporre una distanza totale di 35-40 chilometri.

Davanti all'albergo c'è molta gente seduta a bere qualcosa all'ombra di due grandi alberi. Entriamo e, simpaticamente, la coppia di gestori finge di non aver ricevuto alcuna prenotazione oppure ci minaccia di accompagnare la cena con sola acqua poi, vedendoci stanchi e sudati, l'uomo ci accompagna per le scale sino al terzo piano, riempiendoci nel contempo di elogi per quella che definisce un'impresa. Camminiamo con gli scarponi sulla moquette. La camera bella, raccolta, con la struttura delle travature che parte da circa quattro metri di altezza per finire dietro la testiera dei letti e nella parete esterna del piccolo bagno a nemmeno un metro e mezzo dal pavimento. Occhio alla testa quindi.

Mai una bella doccia è stata più necessaria e gradita e, dopo che se l'è fatta anche Andrea, torno in bagno e faccio un bel bucato di mutande calzini bandane e magliette. Un'oretta o poco più stesi a riposare, poi scendiamo per la cena, che si rivela senza infamia ne lode, in una sala mezza vuota e dove sono quasi assenti gli under cinquanta. La minaccia sul vino si rivela infondata ed abbiamo così sete che beviamo ben due litri di acqua gassata. Sembra quasi superfluo dire del caffè e della prugna.

Guardo con interesse le grandi foto d'epoca appese alle pareti, con una interamente dedicata ai regnanti Umberto e Margherita sovrastati da un gigantesco stemma dei Savoia. Forse qualcuno in questo posto soffre di nostalgia verso il vecchio Regno d'Italia.

Nell'attuale struttura dell'albergo era sita la caserma della guardia di finanza e la dogana sino al 1915 e, sebbene questa zona sia sempre stata retrovia, la presenza del forte Lisser qui vicino è comunque emblematica.

Usciamo a fumare con un'altra prugna in mano e, nel chiarore della luna piena, osservo i chiaroscuri delle selve sulle basse dorsali che ci circondano, poi mi soffermo sul monte Forcellona e sui rilievi del Lisser e del Tondarecar che si elevano verso sud.

Parliamo perlopiù di politica con un paio di tizi, mentre Ughe quasi inveisce verso due agenti della forestale, acerrimi nemici dei cacciatori, poi rimasti soli scambiamo impressioni di quanto visto e provato oggi e nell'intera Altavia fatta sin qui. Andrea è letteralmente entusiasta e definisce questo ferragosto come un giorno che sarà sempre, nel futuro, memorabile: "quasi l'intero Altopiano attraversato a piedi!" esclama. Io concordo con lui.

Verso le 23:30 andiamo a nanna e stasera, non essendoci rumene in vista, Ughe tarda non + di cinque minuti ad addormentarsi. Io resto sveglio un pezzo prima di essere ghermito da un sonno profondo senza sogni e chi mi permette di alzarmi il mattino successivo completamente riposato.

GIOVEDÌ 16 ALBERGO MARCESINA - LOCANDA ITALIA

Diversamente dal solito, stavolta decidiamo di alzarci alle otto. Gli indumenti lavati la sera precedente sono tutti asciutti, eccetto due paia di calzini che appendo quindi all'esterno dello zaino. Facciamo un'abbondante colazione, ci congediamo e nell'uscire noto altri due della forestale seduti ad un tavolino, con l'immancabile jeep in sosta proprio davanti l'entrata dell'albergo, e non riesco a trattenere un sorriso vedendo l'espressione corrucciata di Andrea. C'è aria fredda ed il cielo è un po' velato. Oltre alle mucche, in giro c'è solo qualche cercatore di funghi ed isolati ciclisti con la mountain-bike.

Torniamo a ritroso circa mezzo chilometro per svoltare poi in una strada bianca che arriva ad un reticolato ed è chiusa da una sbarra. Una lunghissima barriera di filo spinato taglia in due i pascoli e sembra quasi che negli ultimi cinque secoli, cioè dall'assegnazione dei due terzi della piana di Marcesina ai vicentini di Enego e del restante terzo a Grigno ed ai Wolkenstein, qui nulla sia cambiato. Al punto che un sentiero Cai di qua, ed uno Sat di là, corrono per un pezzo paralleli lungo la linea dei cippi di pietra.

Il percorso prevederebbe di scollinare al passo della Forcellona, ma tra barriere artificiali, cartelli di proprietà privata e lo sguardo poco amichevole di un pastore trentino, decidiamo di tornare sui nostri passi e di proseguire lungo la piana, su strada asfaltata. Pessima scelta. Il pianoro è immenso e, complici auto biciclette e persino un paio di tizi con gli ski-roll che ci passano, sembra non avere mai fine. Giungiamo al rifugio Marcesina e, non essendoci possibilità di tagliare, siamo costretti a continuare lungo la principale, in preda ad una stizzita noia. Ai lati della rotabile iniziano ad apparire file di, oserei definirli, baraccamenti degni del terzo mondo, ma abbelliti da fiori, tendine e quant'altro e non di rado con un'auto di lusso parcheggiata sul davanti.

Sono assonnato sì, ma ad un certo punto mi scuoto, pensando di avere le traveggole. Esce da una di queste "bidonville" una ragazza sulla trentina, vestita con una camicia bianca a merletti e maniche a sbuffo e sopra una specie di grembiale che si allarga in una gonna ampia ed elegante lunga sino alle caviglie, sotto la quale spuntano due deliziose scarpette. Il verde chiaro dell'abito risalta moltissimo. Non so se sia un costume tipico o no, ma osservo la donna in viso. E' bionda, sorridente e dai lineamenti perfetti. Forse devo smetterla con la prugna.

Dopo un po' osservo un'auto che ci viene incontro, rallenta e si ferma al nostro fianco. Ne discendono gli amici Marco e Silvia ed i genitori di lei, che hanno una casa giù a Enego e la sorpresa di trovarci qua è reciproca. "Chi vuoi che ci sia qui a piedi se non due matti come voi? Passi per Nicola, ormai lo conosciamo, ma anche tu, Ughe?" ci prende bonariamente in giro il simpatico Marco. Raccontiamo di noi e del nostro itinerario, mentre le due coppie si scambiano sguardi di compatimento e qualcuno si tocca anche la tempia con l'indice, poi ci salutiamo calorosamente.

Finalmente la sterminata piana cede il passo ad un pendio boscoso che seguiamo lungamente sino a sfociare nella famosa, sciisticamente parlando, val Maron. I ciclisti e le auto si moltiplicano, ed ho quasi la sensazione che si facciano beffe di noi. Percorriamo tutta la lunga conca e scolliniamo vicino ad un rifugio invernale, trovando poco dopo un sentiero contraddistinto dai segni bianco-rossi che cala ripido sulla sinistra. Passiamo in un varco nel filo spinato, dove riesco anche a tagliarmi, e seguiamo questa stretta traccia che punta decisa verso un fondovalle ricco di abitazioni. A tratti il sentiero sparisce letteralmente nell'erba alta ed in una zona umida devo usare i bastoncini come fossero un machete per aprire un passaggio in una selva di ortiche alte sino alla cintura. Nei pressi della prima casa il sentiero diventa prima strada di cemento, poi di nuovo asfaltata, mentre due tizi che stanno tagliando legna ci guardano come se fossimo marziani.

Raggiungiamo una coppia di anziani milanesi con i quali parliamo per un po', ricevendo gli ormai rituali complimenti ed in breve siamo in vista della chiesetta di Frizzon 1150 m, con numerosa gente che sta uscendo dalla messa ed un sole tornato splendente in cielo.

Ancora e sempre asfalto lungo la rotabile che scende a mezza costa attraverso un bosco di latifoglie, me che saltuariamente lascia almeno vedere Arsiè sovrastata da cima di Lan e cima di Campo con dietro il monte Avena, già nel feltrino, e le pendici del massiccio del Grappa giusto di fronte a noi, dall'altra parte della profonda Valsugana.

Enego 768 m con la bella parrocchiale svettante sullo scenografico scalone e di fronte l'unica torre ancora in piedi di un antico castello, tra l'altro il solo storicamente accertato sull'intero Altopiano. Ci fermiamo a mangiare un toast toscano con coca-cola media e caffè proprio in una terrazza affacciata sulla piazza municipale del paese, dove regna un'atmosfera sonnolenta disturbata solo da qualche rombante centauro.

Fumiamo una sigaretta, diamo un'occhiata ad una bancarella di libri lì vicino e poi seguiamo l'indicazione per Piovega prendendo una strada selciata in fortissima pendenza e racchiusa tra due alte mura. Si affaccia un tizio su un terrazzo in ombra e ci chiede sarcastico se non è troppo caldo per una passeggiata, al che rispondo prontamente, senza nemmeno rallentare il passo "paura di niente". Il percorso attraversa le contrade di Fosse e prosegue sempre su ciottolato verso l'orlo estremo del piccolo verdeggiante altopiano, passando un paio di volte anche sotto la strada principale. Finalmente, in corrispondenza di una curva, il segnavia del Cai ci porta su un sentiero incastonato tra muretti a secco in mezzo ad una foltissima vegetazione, cosa che ci permette di liberarci definitivamente del nauseabondo odore degli scarichi fognari del paese sovrastante.

Ora il tracciato diventa veramente spettacolare tra rocce a perpendicolo e zone semisommerse dalla nutrita presenza arborea. Tratti ripidi si alternano a tornantini in cui spiccano numerosi capitelli votivi e, quando si apre qualche squarcio, vedo la strada Valsugana quasi a piombo sotto di me. Meno imponente della non lontana Calà del Sasso, ma nemmeno troppo dissimile, questa strada della Piovega è un capolavoro di ingegneria spontanea e mi chiedo quale tributo di lavoro fatica e sacrifici avrà richiesto la sua costruzione, con gli scarsi mezzi disponibili secoli addietro.

Cammino cercando di fare molto rumore e battendo spesso per terra un bastoncino. Pietre fogliame ed il riverbero del bianco calcare, oltre ad ondate di aria calda che sale dalla valle, sembrano l'habitat ideale per i rettili, e difatti vedo un paio di vipere strisciarmi davanti in cerca di un riparo. Oltrepassiamo alcune barriere protettive contro la caduta di massi e, dopo averne costeggiata una per un po', sbuchiamo nei pressi dell'antico mulino, ora birreria Cornale, ed a poca distanza dal forte Tombion 206 m. Non capisco se sia a causa dell'abitudine alla quota, ma il caldo qui risulta insopportabile anche al riparo dal sole, e la sete si fa implacabile. Seguiamo la nuova pista ciclabile, asfaltata, che costeggia il Brenta in direzione nord sorpassati od incrociando innumerevoli ciclisti che prendo ben presto ad invidiare. Sono veramente stanco di asfalto oggi, per cui prendo a muovermi con un passo energico che mi fa staccare quasi subito Andrea.

La Valsugana qui assume le sembianze di un vero e proprio canyon, tanto da farle prendere l'appellativo di Canale di Brenta, e cerco di distrarmi guardandone le vertiginose pareti.

Più avanti mi soffermo a studiare il prospiciente Covolo del Butistone, alto una cinquantina di metri sulla strada, per secoli conteso da vari signori o entità politiche e da sempre posto di guardia e di dazio, sul quale campeggiano gli stemmi della varie contrade di Valstagna. La valle aggira un marcato rilievo e finalmente vediamo il paese di Primolano davanti a noi, chiuso tra alte muraglie rocciose e sovrastato dal celebre forte della Scala.

Un'ora e mezza di marcia noiosa e massacrante con lo sgarbo finale di un cavalcavia della superstrada, e di un Tir che ci passa molto vicino, in un afoso caldo implacabile e bardati da montagna. Mando Andrea a quel paese. Lui a metà tra serio e divertito ripete + volte "colpa mia!?" Entriamo nell'abitato completamente deserto e noto che molte case sono fatiscenti o abbandonate. Primolano sembra un paese fantasma da quando è stato tagliato fuori dalla nuova galleria per Feltre, ma almeno la fontana c'è ancora, l'acqua è fresca e ne beviamo a sazietà.

La locanda Italia ci appare subito dopo, sulla sinistra, e alla prima occhiata ci lascia perplessi. L'edificio è sicuramente antico con muri molto spessi ed una struttura che fa pensare subito ad un alloggio per truppe ed ufficiali durante la guerra. Siamo accolti quasi con entusiasmo e ci viene data una camera vastissima ma con bagno al piano. Sole cinque ore e niente salita oggi, ma quanto asfalto, tanto troppo. Una doccia ed un riposino ci ristorano alla grande.

La cena è sontuosa: gnocchi alla zucca, bigoli al cinghiale, grigliata con contorni, dolci fatti in casa ed un piatto di trotine di fiume fritte. Vino rosso e minerale gassata, caffè. La sala è gremita e con una cucina di questo livello non riesce difficile capire il perchè.

Usciamo a fumare con la solita prugna, che diventano in breve due e tre. Si sta proprio bene sui tavoli davanti alla locanda, con la brezza serale che rende la temperatura gradevole ed un certo andirivieni di gente accorsa per la sagra del paese. Parliamo con gli altri avventori e i discorsi passano dalla politica allo sport e dalla montagna alle donne. Rimango sarcasticamente sorpreso da due coppie che dichiarano candidamente di venire qui a passare una quindicina di giorni di vacanza "in montagna". Scopro poi che sono del basso rodigino e tutto mi diventa chiaro. Un tizio vuol sapere tutto del nostro itinerario. E' un rappresentante di ferramenta della città delle ciliege e ci suggerisce di scrivere un diario con la nostra esperienza e di inviarlo all'Alpino di Marostica. Ci penserò, gli dico.

Andrea entra per ordinare un altro giro e torna poco dopo con due bicchieri puliti

tallonato dal gestore del locale che tiene in mano una bottiglia di prugna. Costui è un ex maestro elementare ora in pensione, non vuole sentire ragioni e ci offre l'intero contenuto liquoroso rimasto ed anzi fa di più: va a prenderci un bellissimo libro sul Grappa, appena uscito, e ce lo lascia in consultazione con la raccomandazione di non sciuparlo. Non sapendo come sdebitarci, raccontiamo tutto di noi e lodiamo la cucina e la calda ospitalità della sua locanda, non tralasciando di chiedere se ci sono autobus di linea verso Cismon. Ci risponde che conviene affidarsi al trenino della Valsugana e ci suggerisce di far un salto alla non lontana stazione per informazioni sugli orari. Non finiamo + di ringraziarlo per la sua rara e squisita cortesia.

E' l'ultima sera dell'avventura e ne approfittiamo per lasciar andare un po' le redini. Man mano che passa il tempo la nostra allegria diviene inversamente proporzionale al lento diradarsi della gente, e verso mezzanotte la bottiglia di prugna giace sul tavolo completamente vuota.

Ci alziamo e lancio un'occhiata al cielo, o almeno a quella striscia che si vede sopra le nere pareti che ci stringono quasi in un abbraccio, e noto distintamente un limpidissimo pulsare di stelle.

Le quattro rampe di scale sembrano un gran premio della montagna, stasera. Una volta stesi sui letti, entrambi scivoliamo nell'incoscienza quasi all'istante, come due neonati.

VENERDÌ 17 LOCANDA ITALIA - RIFUGIO BASSANO

Alle sette e mezzo siamo già sui tavoli del bar, assonnati ma ben organizzati con zaini e scarponi ai piedi. Siamo chiusi dentro e dobbiamo attendere una decina di minuti che arrivi il gestore, il quale ci prepara subito due tazze di tè e si scusa per la mancanza di brioches fresche, che attende per le otto e mezzo. Io mi arrangio con un paio di croissant confezionati, mentre Andrea si porta al tavolo un mezzo vassoio di quelli rimasti dal giorno prima. Parlo con l'ex maestro dell'imponenza delle fortificazioni che sovrastano il paese e della loro inutilità durante la Grande Guerra a causa del volontario ritiro degli italiani su una linea più arretrata congiungente la Val Frenzela con la val delle Ore e il col Moschin, seguita allo sfondamento di Caporetto. Lui annuisce e racconta che, avendo quasi settant'anni, ha fatto in tempo a vedere e raccogliere moltissimi reperti, in gioventù.

Prendiamo due bottiglie d'acqua da litro e mezzo ed un po' di cioccolata ma, al momento di pagare, ci vediamo presentare una cifra + ridotta del pattuito ed in cui non figurano nè la prugra, nè le trote e nemmeno la colazione del mattino. A nulla servono le nostre proteste e dobbiamo rassegnarci ad una stretta di mano di commiato.

Fumiamo una sigaretta davanti alla locanda prima di avviarci alla stazione. L'idea di perdere un'ora e mezza buona lungo la pista ciclabile di ieri, asfaltata per giunta, solo per arrivare all'attacco del sentiero ci fa preferire una piccola slealtà verso lo spirito del trekking.

In quel mentre esce il gestore - "rischiate di perdere mezza mattinata, con il treno. Vi porto con la mia auto" -. Noi siamo allibiti ma felici.

Lungo la statale il buonuomo ci racconta della decadenza di Primolano, della trascuratezza in cui lascia l'abitato il comune capoluogo di Cismon, della lotta per non far aprire cave di pietra nel territorio e dello spopolamento. Ascoltiamo in religioso silenzio e, quando ci deposita sulla piazza centrale del paese giusto davanti l'imbocco del sentiero, sentiamo un grande rammarico nel doverci congedare da lui. Una persona come poche, forse d'altri tempi, sicuramente un modello ideale per come tutti dovrebbero essere.

Cismon del Grappa 210 m. Il percorso inizia sotto un arco tra le centralissime facciate delle case e si capisce già dai primi metri di che pasta è fatto. La mulattiera selciata di pietra nera sale dapprima tra i cortili e gli orti delle abitazioni, poi si dirige verso i primi risalti rocciosi fendendo una rigogliosa ed intricata boscaglia che solo a sprazzi lascia intravedere la bellissima acuminata punta della Gusella, sormontata da una piccola croce. Ho i bronchi un po' ostruiti e mi viene anche qualche colpo di tosse, il tutto sicuramente causato dagli sbalzi termici dei giorni precedenti e magari da qualche maglietta sudata cambiata con un po' di ritardo, ma tengo duro.

Il camminamento si incunea tra pareti calcaree e, prima contornandola poi superandola in uno stretto incavo in cui spiccano resti di opere belliche, si porta oltre l'ardita cuspide rocciosa. Una panchina di legno, o meglio quel che ne resta, giace scardinata da un lato e colgo l'occasione per apporggiarvi lo zaino e bere un sorso d'acqua, attendendo un momento l'arrivo del mio compagno. Andrea oggi è un po' in crisi già dalle prime rampe, ma ammiro la sua perseveranza e forza di volontà. Poco più avanti il percorso si biforca, proprio in corrispondenza di due capitelli collegati tra loro da un tetto di tegole e, anzichè andare dritti per la più agevole valle Cesilla, optiamo per il ramo di sinistra, molto più impegnativo. Mi chiedo quale sforzo fosse necessario per salire di qui ai soldati austro-ungarici, autori del pregevole manufatto, in completo assetto di battaglia e con le salmerie al traino. La mulattiera sale costantemente con una pendenza molto accentuata e dopo ogni curva basta uno sguardo per vederla svoltare lassù, dietro quella successiva, senza mai lasciare un attimo di respiro. Riesco a prendere un passo regolare, senza nessuna sosta, ed a salire in lenta progressione. Dopo un bel pezzo i crinali che intravedevo sopra di me sono superati, e sbucando dal bosco mi fermo nei pressi di una casa, dove rispondo alle domande di una donna e del figlio che sta sistemando un portico. Il cielo è un pò velato e l'umidità quasi palpabile. Mai successo di avere rivoli di sudore che corrono dalla nuca alla schiena, giù per le gambe sino ad infilarsi dentro gli scarponi.

Guardo indietro e mi rendo conto di essere già molto più alto di Enego, che giace di fronte, dall'altra parte della Valsugana, ed infatti una tabella li vicino indica quota 1050. Ughe arriva dopo oltre mezz'ora ed ha la faccia stravolta. Lo prendo in giro per la prugna della sera precedente e ne ridiamo insieme mentre beviamo l'acqua delle bottiglie a grandi sorsate. Il selciato termina proprio davanti alla casa, attraversiamo una strada bianca e prendiamo il sentiero che sale in mezzo all'erba, alta oltre la cintola, con una pendenza ancora maggiore. Si continua sempre così sino ad una grande costruzione ormai vetusta, poi una traccia di carrareccia ci porta a raggiungere un magro boschetto di abeti e poco oltre alcune casupole ristrutturate, dove finalmente il percorso spiana un po'. Col dei Prai 1.250 m. Aspetto Andrea, che è di nuovo indietro un bel pezzo, ed intanto guardo giù verso la valle, dove spicca il grande lago artificiale del Corlò.

Dopo le pareti strapiombanti del Canale di Brenta, il massiccio del Grappa mostra ora una faccia più dolce, con alternanza di rilievi e valli, boschi e pascoli, che lo fanno diventare quasi una continuazione del prospiciente altopiano dei sette Comuni.

Ora camminiamo su una grande strada bianca immersa in una selva di grossi faggi e dopo breve tempo sbuchiamo sull'asfalto, prima in salita poi in discesa, dove riesco a staccare di nuovo Ughe, oggi non nella sua giornata migliore. All'albergo Forcelletto 1.392 m mi fermo e poco dopo lo vedo arrivare con un'espressione strana in volto. Dice di aver visto un'anziana coppia che si prendeva cura di un monumento al lato della strada e, ad una sua battuta che suonava come un complimento, la donna prima ha detto che li è stato travolto dieci anni prima il fratello in bici da corsa, poi è scoppiata in singhiozzi cui ha fatto seguito una crisi isterica.

Commento che il mondo è veramente pieno di gente un pò strana, poi mi accendo una sigaretta, subito imitato da Andrea cui presto torna il buonumore. Sulla rotabile intanto vedo transitare auto di ogni tipo, qualche jeep stile militare, centauri, numerosi ciclisti persino un pattinatore aggrappato ad uno scooter, ma nessuno a piedi. Entriamo nel locale a bere un tè caldo con una fetta di crostata ai frutti di bosco, con i giovani gestori che ci guardano con aria canzonatoria. Il posto ha qualche vetrinetta piena zeppa di reperti bellici ed una miriade di gagliardetti di gruppi alpini appesi sopra il bancone ed alle pareti, oltre a molte foto d'epoca, ma veniamo completamente ignorati quando tentiamo di attaccar discorso sulla guerra o sul nostro itinerario. Noto che i due sono molto più interessati alla musica reggae a tutto volume oppure ai litri di spritz che servono agli avventori.

Chi se ne frega, pensiamo ad alta voce, ed usciamo a godere il panorama abbellito dal sole tornato allegramente a splendere. Davanti a noi si stende una valle verdissima con malghe pozze d'alpeggio e mucche al pascolo, ma i molti anni trascorsi non sono riusciti a cancellare del tutto i numerosi crateri delle granate. Alla nostra sinistra c'è la dorsale Prassolan-Solaroli-col dell'Orso, davanti un po' spostato sulla destra il monte Pertica e lassù in alto, lambito e sovrastato da scure lingue di nebbia che salgono dalla pianura e che si espandono veloci nel cielo sino quasi a fagocitare il disco solare, il roccioso promontorio della Cima Grappa. Non l'avevo mai vista da qui, dal lato del rovescio, con lo stesso punto d'osservazione degli austriaci, e debbo dire che la sua forma a prua di nave e la formidabile valanga di ferro e fuoco che eruttava dalle sue viscere, trasformate in un'autentica fortezza, dovevano di certo incutere una sorta di timore reverenziale.

Ci incamminiamo lungo la strada bianca militare che sale con regolarità e dopo un po' usciamo da un boschetto e mettiamo piede sull'ampia gobba erbosa che costituisce la sommità del Pertica 1.549 m. Qui gli scontri furono particolarmente cruenti sia durante la battaglia d'arresto del dicembre 1917 che in quella del solstizio del giugno 1918, con la cima persa e riconquistata più volte dagli italiani. La devastazione del terreno testimonia la dura lotta. Riprendiamo a salire lungo un'ampia mulattiera che contorna l'erta cresta finale, contenuta da imponenti ed ancora integri muri a secco, poi quando questa svolta verso l'abbandonata base americana, proseguiamo sulla destra per sentiero a tratti ripido tra resti di trincee e numerose gallerie, vedendo sotto di noi il rifugio Scarpon, ed infine sbucando di fianco al grande Ossario.

E' fatta! Ci scambiamo strette di mano e pacche sulle spalle. Cima grappa 1.775 m, fatta in cinque ore e con ben 1.560 metri di dislivello. Possiamo essere soddisfatti di noi stessi!

Peccato per il panorama in parte celato dalle nebbie, ma a tratti si vedono bene l'Asolone, il col della Beretta, il col Moschin dietro ai rilievi di Fenilon e Fagheron e più in là si intravedono appena il col d'Astiago e lo Spitz di Stoner. Verso nord le Dolomiti sono tutte incappucciate da spessi strati di nuvole, mentre sale dalla val delle Mure un vento freddo che fa vorticare in modo bizzarro la nebbia attorno a noi.

Attraversiamo il piazzale imgombro d'auto in preda quasi all'euforia, ed entriamo al rifugio Bassano con l'intenzione di fare incetta di cibo e bevande. Seguiamo un cameriere nella sala da pranzo, molto ampia ed elegante, camminando con gli scarponi sui tappeti e con tanto di zaini in spalla. Qualcuno ci guarda un po' freddamente, ma sono troppo allegro per preoccuparmene anche solo minimamente. Ordiniamo subito la minerale gassata ed un litro di vino rosso, divorando nel contempo un cesto di pane, poi ci diamo dentro con fettuccine ai porcini, polenta e goulash, patatine fritte, un secondo litro di vino ed infine due fette formato maxi di torta della nonna. Per finire in bellezza è doveroso un bel caffè lungo e, provate un po' ad indovinare? una prugna a parte. La ragazza che arriva con il vassoio è molto giovane carina e curiosa. Ci chiede degli zaini e da dove proveniamo. Ughe non aspettava altro e si mette a snocciolare una quantità di informazioni sul nostro percorso, mentre l'espressione di lei si fa sempre più stupefatta ed alla fine dichiara che, con trascorsi nei boyscouts ed appassionata di montagna, ci invidia profondamente. Usciamo a fumare ed al rientro, con la sata da pranzo ormai quasi vuota, il gestore ci viene incontro e ci stringe la mano facendoci i complimenti per la nostra Altavia, offrendoci nel contempo due grappe. Guardo verso le finestre sul fondo del locale, davanti alle quali vi è il busto del generale Gaetano Giardino, comandante supremo della Quarta Armata che tenne il fronte del Grappa dal novembre 1917 sino al termine del conflitto, e noto sul piedestallo di pietra incise le parole "Monte Grappa tu sei la mia Patria", tratte da un suo famoso discorso. Levo d'istinto il bicchiere in quella direzione poi, svuotatolo d'un fiato, mi avvicino al banchetto per pagare, mentre una specie di fuoco sembra voglia incendiarmi lo stomaco. Ma non sono ancora salvo. Il simpatico gestore ci rifila altri due grappini che definisce "specialità della casa", ma stavolta mi guardo bene dal ripetere la bravata e bevo a piccoli sorsetti.

Usciamo, è il caso di dirlo, a rinfrescarci le idee e ci rintaniamo in una rozza panca di legno sotto al portico che si apre davanti l'entrata del rifugio, anche perchè la nebbia ha lasciato il posto ad una fredda pioggerellina che cade fitta fitta.

Attendiamo un'oretta così, con i baveri rialzati, parlando del più e del meno ed osservando l'andirivieni di varia umanità, compreso un gruppo di giapponesi o forse cinesi, e proprio mentre qualche timido raggio inizia a squarciare lo spesso velo di nubi, ecco apparire il buon Pietro con il figlio, che già da grande distanza ci sorridono a tutta bocca.

L'avventura è finita.