LUNEDÌ 13 – RIFUGIO PASSO COE / ALBERGO MONTEROVERE

Sveglia alle sette e colazione ricchissima con tanto di croissant appena sfornati. Siamo gli unici in sala e ne approfittiamo per parlare con il gestore, un tipo molto sveglio, della situazione economica attuale che rasenta la crisi. Lui conferma in pieno, dichiarando che le presenze sull’altopiano di Folgaria sono calate del 40% e che il turista mordi e fuggi viene al bar a malapena a consumare un caffè o un gelato.

Ci salutiamo, facciamo scorta d’acqua e cioccolato e usciamo fuori in una mattinata baciata da un sole limpidissimo ma piuttosto fresca. Le campanelle delle mucche al pascolo su prati coperti di rugiada ed un velo di fumo che esce dal camino della vicina malga Coe sono gli unici segni di vita che percepiamo. Il sentiero sale dolcemente verso Bocca di val Orsara dove si biforca e dove scambiamo due parole con un solitario cercatore di funghi. + avanti la pendenza si impenna ma per fortuna la fatica dura poco. Il programma prevede per oggi una tappa soft e l’adrenalina non è nemmeno entrata in circolo. In breve sbuchiamo sulla piatta dorsale del monte Durer e già al primo sguardo notiamo il vasto sistema di trinceramenti che si sviluppano in ogni dove, seppur ormai mezzi interrati o nascosti dall’erba alta. Qui gli scontri furono molto duri nel corso della Strafexpedition del giugno del 1916 e sembra impossibile anche solo immaginare, nella pace del luogo, il furioso scambio di artiglieria tra i forti austriaci di Cherle, Doss del Sommo e Sommo Alto e quelli italiani di Campomolon e Campolongo.

Il percorso prosegue ora in leggera discesa attraverso vecchie strade militari con fondo a tratti erboso ed in mezzo ad uno stupendo bosco di abeti, mentre ogni Km è segnalato dai cartelli di una imminente maratona degli altopiani in mountain bike. Passiamo il tempo a chiacchierare di varie cose nel perfetto silenzio che ci circonda, fino a che non sbuchiamo in un’ampia radura dove notiamo le vestigia di un grande edificio, tenute con molta cura e con una ricca segnaletica di tabelle. È l’ex ospedale militare austriaco di Valfredda, dal quale si diparte una lunghissima gradinata scavata nella roccia che conduce a pochi metri dalla rotabile asfaltata: la Scala dell’Imperatore.

In breve arriviamo al monumento che ricorda il cimitero del soprastante forte Cherle 1368 m, quindi scendiamo ripidamente di fianco ad un canalone dove abbondano querce e faggi sino a giungere ad una bella sorgente che zampilla dentro un tronco cavo posto su treppiedi. Questo è il luogo dove sorgeva il villaggio di S. Fermo e Rustico, raso al suolo a causa della sentenza roveretana del 1752, quando tutti gli abitanti vennero deportati nell’odierna Lastebasse e privati dei loro boschi e pascoli. Uno dei tanti soprusi provocati dalla Storia e che attende tuttora giustizia. L’Astico nasce poco + in su, ad Ortesino, e l’acqua che beviamo con voluttà è fresca e buonissima. Il posto è un paradiso e l’effetto è completato da un’attraente fanciulla bionda che prende il sole in bikini.

Riprendiamo il cammino lungo l’alveo dell’Astico, con tratti aperti e vista sulle contrade di Tezzeli e Perpruneri alternati allo scorrere delle acque in una gola profonda di rocce a piombo, ma coperta dalle fronde ombrose degli alberi. In questa sorta di galleria il torrente romba gagliardo tra massi e cascatelle, per poi placarsi in profonde pozze di una trasparenza color giada-smeraldo. Attraversiamo Cueli Liberi, un pugno di case che sembra fuori dal tempo, tra covoni di fieno ed orti ben tenuti, quindi percorriamo un tratto di scivolosa placca calcarea che un paio di volte ci costringe quasi a mettere i piedi in ammollo, per pervenire presto ad un grande ponte in pietra prospiciente le rovine di un’ampia costruzione. È il sito della Porta del Leon di Veneziana memoria, dove per secoli c’è stato il dazio della Serenissima, soppiantato poi da un mulino e da un grande forno per il pane in funzione fino al 1908.

Ora il sentiero si trasforma in una larga strada selciata che in breve esce dal folto del bosco e per un bellissimo passaggio sottoroccia perviene infine a Carbonare. L’ombrello di Ughe, sempre appeso all’esterno dello zaino, provoca l’ilarità di un gruppo di turisti. Succederà numerose altre volte, e sarà pretesto per due chiacchere e per la solita raffica di complimenti ed incitamenti.

La valle dell’Astico, ora profonda ed ampia, giace ai nostri piedi e la seguo con l’occhio sino alla cima Campolongo da un lato, il Soglio d’Aspio con dietro le tre punte dello Spitz dall’altro. Giro su me stesso ad osservare la torreggiante vetta del Becco di Filadonna, sormontato da nuvole di panna montata, ed il crinale interrotto da una grande colata che si collega all’antecima del Cornetto di Folgaria.

Siamo a quota 1074 m e scendiamo per un pezzo di strada asfaltata molto trafficata sino a Nosellari. Il sole picchia e decidiamo di fermarci all’albergo per un caffè e rifornimento sigarette godendo peraltro della conversazione della barista dagli splendidi occhi cerulei. Riprendiamo la marcia verso Dazio e Piccoli, dove di lontano vediamo il Covolo di Rio Malo, sentinella dell’altopiano di Lavarone dalla notte dei tempi, sino a pervenire a Masi di Sotto, dove riempiamo le bottiglie ad una fontanella. Se non fosse per il gran caldo, complice l’asfalto, il posto sarebbe veramente ameno, con pascoli alternati a boschetti e punteggiato qua e là da qualche piccolo gruppo di case. I cumulonembi diventano sempre più estesi, coprendo larghe fasce di cielo indice questo, assieme all’afa, di temporale pomeridiano. Saliamo verso Nicolussi, Cappella e Gionghi 1172 m, dove ci fermiamo in una trattoria per il canonico piatto di pasta accompagnato stavolta da una coca-cola media, per finire con caffè e sigaretta.

Di nuovo in cammino, si sale per la strada della Platt in mezzo ad un bel bosco e stando molto attenti agli spericolati della mountain-bike, si attraversa una pista da sci in mezzo all’erba alta e ritornati nel bosco si perviene ad un bivio. Decidiamo di allungare un po’ il percorso verso la baita Belem 1420 m, dove un gruppo di bolognesi ci invita a mangiare e bere ogni sorta di prelibatezza ma, complici i primi lontani tuoni, decliniamo e continuiamo a salire sino ad un Belvedere racchiuso da staccionate ed a strapiombo sulla Valsugana. I laghi di Levico e Caldonazzo sono proprio sotto di noi, ma di ogni altra cosa si vede ben poco, con le montagne coperte ed un cielo color ebano tutt’attorno. Si alza intanto un forte vento che ci consiglia di affrettare il passo. Il sentiero è stretto e malsicuro su un pendio prima rivestito di magri abeti e poi strapiombante. In breve perveniamo ad una strada forestale che porta in nemmeno mezz’ora a Spiazzo Alto 1261 m, mentre bizzarre saette squarciano il cielo accompagnate da tuoni sempre più minacciosi. Poche centinaia di metri lungo la strada del Menador, in origine Kaiserjagerstrasse, che sale da Caldonazzo bastano a pervenire al vecchio edificio dell’albergo Monterovere 1255 m, mentre inizia a piovere.

La costruzione sorge sulla strada Levico-Vezzena proprio all’incrocio di quella per Luserna e durante la Grande Guerra servì da alloggio per ufficiali austro-ungarici. E’ gestito da due anziane sorelle nubili con l’ausilio di due ragazze albanesi che lavorano da stagionali. Ci viene fatta un’accoglienza molto calorosa e data una grande camera con bagno, anche se tutto qui sembra risentire del peso degli anni. Dopo una doccia e un riposino di un’oretta scendo giù e attacco discorso con una delle ragazze, che apprendo essere una studentessa universitaria a Trento, molto stanca di montagna tanto da chiedermi cosa ci fanno in questo posto due ragazzi attraenti come noi. Non so se intavolare una polemica discussione o sorridere beato, poi opto per la seconda soluzione.

La cena è incredibilmente abbondante e gustosa, ma ci rendiamo conto che, anche se tutte le tavole sono preparate a puntino, siamo gli unici commensali, con quattro persone a nostro completo servizio. Lasagne al forno, carne salada e fasoi con cipolla, patatine polenta e insalata mista, il tutto innaffiato dalla solita minerale e dal nostro bravo litro di vino in due.

Non possono mancare caffè e prugna.

Dopo cena ci sediamo fuori, ben coperti, e notiamo numerosi lampi sia dietro il Pizzo di Vezzena, che da qui appare come una punta irta verso il cielo, sia verso Asiago. Ogni tanto si ferma una rara auto per un caffè o una birra, e proprio mentre stiamo familiarizzando con la ragazza del bancone, che viene a fumare con noi, arriva un tizio con un quad che se la porta giù a Lavarone. Rientriamo verso le nove e mezza e ci intratteniamo con una delle due anziane sorelle, tutti e tre seduti al tavolo, visto che il bar è ormai deserto. Affrontiamo molti argomenti, mentre il vecchio cane da pastore dell’albergo continua a riportarci un pezzo di legno con una voglia matta di giocare. Apprendiamo che lo stabile è in vendita causa la loro avanzata età e la crisi … tanti anni di duro lavoro per arrivare a questo, dice la donna con un velo di tristezza negli occhi. In Trentino, almeno in alcune aree, la situazione non è così rosea come noi crediamo, ci dice. Per esempio, il Tg regionale dirama notizie un quarto d’ora al giorno in lingua ladina, ancora molto parlata nelle valli di Fiemme e Fassa, poi dieci minuti in altro dialetto tedescofono parlato nella val dei Mocheni ai piedi del Lagorai, ed infine cinque minuti in cimbro. Fatica sprecata, precisa la donna, visto che quest’ultimo si parla solo nella vicina Luserna, ormai ridotta a non più di 180 anime, tanto che l’unico fornaio a fine anno chiuderà i battenti.

Ci chiede di noi e ci loda molto per il modo in cui abbiamo deciso di passare le vacanze, dicendo che sono rarissimi gli italiani che lo fanno ed è un vero peccato, non sanno cosa si perdono.

Un’ultima prugna accompagnata da una sigaretta, poi verso le 23:30 ci congediamo. Oggi il dislivello era circa 600 metri, ma lo sviluppo ha richiesto sei ore, comunque due in meno del libro.

Sento subito il respiro regolare di Ughe, io stavolta mi giro e rigiro nel letto in una specie di sonno che mi accompagna sino all’alba.

Nessun commento: