GIOVEDÌ 16 ALBERGO MARCESINA - LOCANDA ITALIA

Diversamente dal solito, stavolta decidiamo di alzarci alle otto. Gli indumenti lavati la sera precedente sono tutti asciutti, eccetto due paia di calzini che appendo quindi all'esterno dello zaino. Facciamo un'abbondante colazione, ci congediamo e nell'uscire noto altri due della forestale seduti ad un tavolino, con l'immancabile jeep in sosta proprio davanti l'entrata dell'albergo, e non riesco a trattenere un sorriso vedendo l'espressione corrucciata di Andrea. C'è aria fredda ed il cielo è un po' velato. Oltre alle mucche, in giro c'è solo qualche cercatore di funghi ed isolati ciclisti con la mountain-bike.

Torniamo a ritroso circa mezzo chilometro per svoltare poi in una strada bianca che arriva ad un reticolato ed è chiusa da una sbarra. Una lunghissima barriera di filo spinato taglia in due i pascoli e sembra quasi che negli ultimi cinque secoli, cioè dall'assegnazione dei due terzi della piana di Marcesina ai vicentini di Enego e del restante terzo a Grigno ed ai Wolkenstein, qui nulla sia cambiato. Al punto che un sentiero Cai di qua, ed uno Sat di là, corrono per un pezzo paralleli lungo la linea dei cippi di pietra.

Il percorso prevederebbe di scollinare al passo della Forcellona, ma tra barriere artificiali, cartelli di proprietà privata e lo sguardo poco amichevole di un pastore trentino, decidiamo di tornare sui nostri passi e di proseguire lungo la piana, su strada asfaltata. Pessima scelta. Il pianoro è immenso e, complici auto biciclette e persino un paio di tizi con gli ski-roll che ci passano, sembra non avere mai fine. Giungiamo al rifugio Marcesina e, non essendoci possibilità di tagliare, siamo costretti a continuare lungo la principale, in preda ad una stizzita noia. Ai lati della rotabile iniziano ad apparire file di, oserei definirli, baraccamenti degni del terzo mondo, ma abbelliti da fiori, tendine e quant'altro e non di rado con un'auto di lusso parcheggiata sul davanti.

Sono assonnato sì, ma ad un certo punto mi scuoto, pensando di avere le traveggole. Esce da una di queste "bidonville" una ragazza sulla trentina, vestita con una camicia bianca a merletti e maniche a sbuffo e sopra una specie di grembiale che si allarga in una gonna ampia ed elegante lunga sino alle caviglie, sotto la quale spuntano due deliziose scarpette. Il verde chiaro dell'abito risalta moltissimo. Non so se sia un costume tipico o no, ma osservo la donna in viso. E' bionda, sorridente e dai lineamenti perfetti. Forse devo smetterla con la prugna.

Dopo un po' osservo un'auto che ci viene incontro, rallenta e si ferma al nostro fianco. Ne discendono gli amici Marco e Silvia ed i genitori di lei, che hanno una casa giù a Enego e la sorpresa di trovarci qua è reciproca. "Chi vuoi che ci sia qui a piedi se non due matti come voi? Passi per Nicola, ormai lo conosciamo, ma anche tu, Ughe?" ci prende bonariamente in giro il simpatico Marco. Raccontiamo di noi e del nostro itinerario, mentre le due coppie si scambiano sguardi di compatimento e qualcuno si tocca anche la tempia con l'indice, poi ci salutiamo calorosamente.

Finalmente la sterminata piana cede il passo ad un pendio boscoso che seguiamo lungamente sino a sfociare nella famosa, sciisticamente parlando, val Maron. I ciclisti e le auto si moltiplicano, ed ho quasi la sensazione che si facciano beffe di noi. Percorriamo tutta la lunga conca e scolliniamo vicino ad un rifugio invernale, trovando poco dopo un sentiero contraddistinto dai segni bianco-rossi che cala ripido sulla sinistra. Passiamo in un varco nel filo spinato, dove riesco anche a tagliarmi, e seguiamo questa stretta traccia che punta decisa verso un fondovalle ricco di abitazioni. A tratti il sentiero sparisce letteralmente nell'erba alta ed in una zona umida devo usare i bastoncini come fossero un machete per aprire un passaggio in una selva di ortiche alte sino alla cintura. Nei pressi della prima casa il sentiero diventa prima strada di cemento, poi di nuovo asfaltata, mentre due tizi che stanno tagliando legna ci guardano come se fossimo marziani.

Raggiungiamo una coppia di anziani milanesi con i quali parliamo per un po', ricevendo gli ormai rituali complimenti ed in breve siamo in vista della chiesetta di Frizzon 1150 m, con numerosa gente che sta uscendo dalla messa ed un sole tornato splendente in cielo.

Ancora e sempre asfalto lungo la rotabile che scende a mezza costa attraverso un bosco di latifoglie, me che saltuariamente lascia almeno vedere Arsiè sovrastata da cima di Lan e cima di Campo con dietro il monte Avena, già nel feltrino, e le pendici del massiccio del Grappa giusto di fronte a noi, dall'altra parte della profonda Valsugana.

Enego 768 m con la bella parrocchiale svettante sullo scenografico scalone e di fronte l'unica torre ancora in piedi di un antico castello, tra l'altro il solo storicamente accertato sull'intero Altopiano. Ci fermiamo a mangiare un toast toscano con coca-cola media e caffè proprio in una terrazza affacciata sulla piazza municipale del paese, dove regna un'atmosfera sonnolenta disturbata solo da qualche rombante centauro.

Fumiamo una sigaretta, diamo un'occhiata ad una bancarella di libri lì vicino e poi seguiamo l'indicazione per Piovega prendendo una strada selciata in fortissima pendenza e racchiusa tra due alte mura. Si affaccia un tizio su un terrazzo in ombra e ci chiede sarcastico se non è troppo caldo per una passeggiata, al che rispondo prontamente, senza nemmeno rallentare il passo "paura di niente". Il percorso attraversa le contrade di Fosse e prosegue sempre su ciottolato verso l'orlo estremo del piccolo verdeggiante altopiano, passando un paio di volte anche sotto la strada principale. Finalmente, in corrispondenza di una curva, il segnavia del Cai ci porta su un sentiero incastonato tra muretti a secco in mezzo ad una foltissima vegetazione, cosa che ci permette di liberarci definitivamente del nauseabondo odore degli scarichi fognari del paese sovrastante.

Ora il tracciato diventa veramente spettacolare tra rocce a perpendicolo e zone semisommerse dalla nutrita presenza arborea. Tratti ripidi si alternano a tornantini in cui spiccano numerosi capitelli votivi e, quando si apre qualche squarcio, vedo la strada Valsugana quasi a piombo sotto di me. Meno imponente della non lontana Calà del Sasso, ma nemmeno troppo dissimile, questa strada della Piovega è un capolavoro di ingegneria spontanea e mi chiedo quale tributo di lavoro fatica e sacrifici avrà richiesto la sua costruzione, con gli scarsi mezzi disponibili secoli addietro.

Cammino cercando di fare molto rumore e battendo spesso per terra un bastoncino. Pietre fogliame ed il riverbero del bianco calcare, oltre ad ondate di aria calda che sale dalla valle, sembrano l'habitat ideale per i rettili, e difatti vedo un paio di vipere strisciarmi davanti in cerca di un riparo. Oltrepassiamo alcune barriere protettive contro la caduta di massi e, dopo averne costeggiata una per un po', sbuchiamo nei pressi dell'antico mulino, ora birreria Cornale, ed a poca distanza dal forte Tombion 206 m. Non capisco se sia a causa dell'abitudine alla quota, ma il caldo qui risulta insopportabile anche al riparo dal sole, e la sete si fa implacabile. Seguiamo la nuova pista ciclabile, asfaltata, che costeggia il Brenta in direzione nord sorpassati od incrociando innumerevoli ciclisti che prendo ben presto ad invidiare. Sono veramente stanco di asfalto oggi, per cui prendo a muovermi con un passo energico che mi fa staccare quasi subito Andrea.

La Valsugana qui assume le sembianze di un vero e proprio canyon, tanto da farle prendere l'appellativo di Canale di Brenta, e cerco di distrarmi guardandone le vertiginose pareti.

Più avanti mi soffermo a studiare il prospiciente Covolo del Butistone, alto una cinquantina di metri sulla strada, per secoli conteso da vari signori o entità politiche e da sempre posto di guardia e di dazio, sul quale campeggiano gli stemmi della varie contrade di Valstagna. La valle aggira un marcato rilievo e finalmente vediamo il paese di Primolano davanti a noi, chiuso tra alte muraglie rocciose e sovrastato dal celebre forte della Scala.

Un'ora e mezza di marcia noiosa e massacrante con lo sgarbo finale di un cavalcavia della superstrada, e di un Tir che ci passa molto vicino, in un afoso caldo implacabile e bardati da montagna. Mando Andrea a quel paese. Lui a metà tra serio e divertito ripete + volte "colpa mia!?" Entriamo nell'abitato completamente deserto e noto che molte case sono fatiscenti o abbandonate. Primolano sembra un paese fantasma da quando è stato tagliato fuori dalla nuova galleria per Feltre, ma almeno la fontana c'è ancora, l'acqua è fresca e ne beviamo a sazietà.

La locanda Italia ci appare subito dopo, sulla sinistra, e alla prima occhiata ci lascia perplessi. L'edificio è sicuramente antico con muri molto spessi ed una struttura che fa pensare subito ad un alloggio per truppe ed ufficiali durante la guerra. Siamo accolti quasi con entusiasmo e ci viene data una camera vastissima ma con bagno al piano. Sole cinque ore e niente salita oggi, ma quanto asfalto, tanto troppo. Una doccia ed un riposino ci ristorano alla grande.

La cena è sontuosa: gnocchi alla zucca, bigoli al cinghiale, grigliata con contorni, dolci fatti in casa ed un piatto di trotine di fiume fritte. Vino rosso e minerale gassata, caffè. La sala è gremita e con una cucina di questo livello non riesce difficile capire il perchè.

Usciamo a fumare con la solita prugna, che diventano in breve due e tre. Si sta proprio bene sui tavoli davanti alla locanda, con la brezza serale che rende la temperatura gradevole ed un certo andirivieni di gente accorsa per la sagra del paese. Parliamo con gli altri avventori e i discorsi passano dalla politica allo sport e dalla montagna alle donne. Rimango sarcasticamente sorpreso da due coppie che dichiarano candidamente di venire qui a passare una quindicina di giorni di vacanza "in montagna". Scopro poi che sono del basso rodigino e tutto mi diventa chiaro. Un tizio vuol sapere tutto del nostro itinerario. E' un rappresentante di ferramenta della città delle ciliege e ci suggerisce di scrivere un diario con la nostra esperienza e di inviarlo all'Alpino di Marostica. Ci penserò, gli dico.

Andrea entra per ordinare un altro giro e torna poco dopo con due bicchieri puliti

tallonato dal gestore del locale che tiene in mano una bottiglia di prugna. Costui è un ex maestro elementare ora in pensione, non vuole sentire ragioni e ci offre l'intero contenuto liquoroso rimasto ed anzi fa di più: va a prenderci un bellissimo libro sul Grappa, appena uscito, e ce lo lascia in consultazione con la raccomandazione di non sciuparlo. Non sapendo come sdebitarci, raccontiamo tutto di noi e lodiamo la cucina e la calda ospitalità della sua locanda, non tralasciando di chiedere se ci sono autobus di linea verso Cismon. Ci risponde che conviene affidarsi al trenino della Valsugana e ci suggerisce di far un salto alla non lontana stazione per informazioni sugli orari. Non finiamo + di ringraziarlo per la sua rara e squisita cortesia.

E' l'ultima sera dell'avventura e ne approfittiamo per lasciar andare un po' le redini. Man mano che passa il tempo la nostra allegria diviene inversamente proporzionale al lento diradarsi della gente, e verso mezzanotte la bottiglia di prugna giace sul tavolo completamente vuota.

Ci alziamo e lancio un'occhiata al cielo, o almeno a quella striscia che si vede sopra le nere pareti che ci stringono quasi in un abbraccio, e noto distintamente un limpidissimo pulsare di stelle.

Le quattro rampe di scale sembrano un gran premio della montagna, stasera. Una volta stesi sui letti, entrambi scivoliamo nell'incoscienza quasi all'istante, come due neonati.

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