DOMENICA 12 – ALBERGO STREVA / RIFUGIO PASSO COE

Alle sette ci alziamo, prepariamo gli zaini ed aspettiamo una buona mezz’ora prima di scendere, ma con nostro grande disappunto non c’è verso di far colazione prima delle 8:30. Imbocchiamo il sentiero che inizia giusto di fronte all’albergo e che taglia un fitto bosco, dove ho il mio bel da fare ad abbattere miriadi di ragnatele, sino a sbucare sulla strada militare. Oggi è domenica e finalmente si vede un buon numero di escursionisti. Distanzio ben presto Andrea lungo le ripide scorciatoie della val di Fieno, sfilo numerose persone con facilità, mi vedo sorpassare da un paio di sky-runners ed infine mi fermo davanti l’imbocco della galleria d’Havet a bere un sorso d’acqua e ad aspettare un buon quarto d’ora il mio socio. Il cielo è di un azzurro intenso anche se a tratti spira una brezza fredda e le prime lingue di nebbia iniziano a lambire l’Ossario giù in basso e poi a risalire quasi come vapore la val Canale. Un ultimo sguardo al Cornetto, al gruppo del Carega e + lontano al Baldo e poi percorriamo insieme la spettacolare Strada degli Eroi. Opera veramente mirabile che, in parte intagliata nella roccia in parte attraverso alcune gallerie, taglia alla base la cresta della val Canale sino a pervenire alle Porte del Pasubio 1928 m.

Qui sorge il rifugio dedicato al generale Achille Papa, indomito condottiero della Brigata Liguria e difensore della sacra montagna, ricavato in una delle baracche più grandi che durante la Grande Guerra gremivano a decine questo luogo, tanto da farlo ribattezzare “el Milanin”. Una folla variopinta e numerosi escursionisti della mountain-bike si accalcano sui tavoli e le panche davanti all’edificio. Noi entriamo a bere un caffè e mangiare una tavoletta di cioccolato e subito ricevo le festose accoglienze dei ragazzi, che divengono quasi un tripudio quando dico loro quel che stiamo facendo e di portare i miei saluti a Renato e a Paolo giù al rifugio Lancia.

Ripartiamo quasi subito lasciando alla nostra destra la cima dell’Osservatorio e l’inizio della Strada delle Gallerie e dalla parte opposta il bivacco Marzotto-Sacchi, ma ad essere sincero i nostri sguardi sono attratti da una bellezza in bicicletta che ci ringrazia con un sorriso.

Saliamo verso l’Arco Romano e la chiesetta di S. Maria, che sorge all’altezza della selletta Comando, e notiamo che ben pochi escursionisti si spingono sin qui.

Con uno sguardo abbracciamo il verdeggiante paesaggio della val Posina racchiusa come in uno scrigno dal gruppo Novegno-Priaforà e dalla dorsale monte Majo-Coston dei Laghi, mentre sullo sfondo la fascia abitata dell’altopiano dei Sette Comuni, sovrastata dal Verena e dal Portule, appare immersa in una foschia azzurrognola.

La guerra qui si legge letteralmente. Un groviglio di trincee, caverne, ricoveri, postazioni si estende in ogni direzione. Alle nostre spalle la strada degli Scarubbi taglia a mezza costa tutto il tormentato gruppo del Forni Alti, forato nelle sue viscere dalla celebre strada delle 52 Gallerie. Verso est si dirama il nodo che parte dal Corno del Pasubio e attraverso la cosiddetta “Sfinge” arriva sino al passo degli Alberghetti. Dalla parte opposta si individua facilmente la geometrica struttura metallica che spunta dalla cima Palon 2235 m, massima elevazione dell’intero massiccio, la selletta Damaggio e poi il formidabile bastione del Dente Italiano, ancora sconvolto sul davanti dalle macerie della grande mina del marzo del ’18, separato tramite un’altra sella dal fronteggiante Dente Austriaco.

Dal giugno del 1916 sino al novembre del 1918 le migliori truppe degli opposti contendenti, Alpini e Kaiserjager, qui si fronteggiarono con indicibili bagni di sangue e risultati pressoché paritari, se non nulli. Non fosse bastata la guerra, basti pensare a cosa possono essere stati gli inverni oppure le estati in una zona pressoché priva d’acqua per diverse migliaia di ragazzi poco + che ventenni, impegnati a trasformare le viscere delle due vette in autentiche città di talpe con postazioni per cannoni e mitragliatrici, magazzini di armi viveri e combustibile, e poi le gallerie di mina e contromina…

Di nuovo in marcia, arriviamo quasi subito al tumulo delle Settecroci che rammentano un brutale massacro avvenuto in tempi remoti tra alpigiani della val Posina e quelli della trentina val Terragnolo. Di qui in poi è tutto un susseguirsi di dossi ed avallamenti di nuda roccia, traforati qua e là da trincee e postazioni. Incontriamo solo una coppia con ben quattro figli piccoli al seguito e poi un terzetto di individui che si muovono con fare circospetto. Nemmeno un paio di battute riescono a smuoverli dal silenzio e, quando mi volto un po’ + avanti, noto che hanno un paio di metal-detector in mano, evidentemente alla ricerca di reperti bellici. Ad un certo punto pieghiamo decisamente sulla destra girando le spalle al costone del Roite e scendiamo verso la diruta malga Buse Bisorte. Solo la stalla sembra ancora abbastanza in piedi ed è un peccato perché il posto è verdeggiante, punteggiato di larici e sovrastato dalle colate ghiaiose del monte Buso che digradano poi in alcune bancate calcaree sino a formare una sorta di anfiteatro naturale. In località Sorgente incrociamo di nuovo il sentiero Europeo che seguiamo, calando rapidamente su terreno fangoso attraverso un magro bosco di abeti. Ci sorprende non poco un ripido tratto di salita che ci porta infine sulla dorsale dei Sogli Bianchi. Incontriamo solo qualche solitario viandante ed una coppia, mentre diventa a tratti arduo individuare la via in mezzo all’erba alta e con una nebbia che, salita repentinamente dalla valle, si fa + fitta ogni minuto. Attraverso innumerevoli resti della guerra arriviamo infine ad un imponente sistema di trincee rivolte ormai verso la Borcola ed incontriamo un escursionista un po’ bizzarro con il quale ci intratteniamo e che, oltre a riempirci di frasi di ammirazione, ci mette in guardia sulla “terribile” salita al monte Maggio.

Ora il sentiero scende deciso attraverso il bosco su terreno non facile a causa del fango e sassi smossi ed in un ambiente che trasuda letteralmente umidità e man mano che la quota diminuisce, il sottobosco si fa sempre + intricato. Andrea si ferma ad una fontanella di pietra, con data 1916 e scritte in tedesco, a bere copiosamente, mentre io lo prendo in giro dicendo che forse è un tranello e l’acqua provoca la dissenteria agli italiani. Lui mi manda allegramente a quel paese. Durante la notte lo farà altre volte facendo la spola dal letto al bagno.

Passo della Borcola 1207 m. Solito viavai di turisti motorizzati e la malga omonima gremita di gente, tanto che per una pasta due bottiglie d’acqua minerale ed un caffè perdiamo due ore buone. Il sole si fa vedere a tratti, ma i crinali sono avvolti da un nebbione densissimo. Il segnavia del Cai dichiara 2 h 35 min. solo per la vetta del Maggio. Chiedo il permesso ad Andrea di saggiare la “terribile” ascesa con il mio passo. Il sentiero sale con pendenza molto sostenuta e fondo instabile in mezzo ad un fitto bosco di latifoglie, sfiora una cava di pietra in disuso ed un paio di costruzioni in stato di abbandono, per poi sbucare in terreno più aperto ed erboso verso la Borcoletta, mentre anche la pendenza si attenua. La nebbia si apre a tratti quando passo vicino al Coston dei Laghi 1832 m, ma poi ritorna implacabile a chiudersi, tanto che vedo la grande croce posta sulla vetta del monte Maggio quando sono a non + di venti metri. Quota 1853. Guardo il tempo impiegato; 1h05’. Non male per un trentanovenne. Cambio t-shirt sudata ed infilo wind-stopper e berretto e sono sorpreso di veder arrivare Andrea dopo 35 minuti, stanco ma pieno di buonumore.

Scendiamo insieme lungo la vecchia facile strada militare che prosegue quasi rettilinea per un bel pezzo, ed alla prima curva prendiamo il sentiero a sinistra che prosegue idilliaco tra boschetti di aghifoglie e piccole radure sino a sbucare nei pascoli di passo Coe 1580 m.

Il sole è tornato con prepotenza e vediamo la nebbia precludere alla vista il Maggio, la valle di Campiluzzi e la gobba di Costa d’Agra: sembra che un sortilegio non le faccia oltrepassare il confine con il Trentino!

Il vecchio rifugio a suo tempo gestito da un olandese un po’ eccentrico è chiuso ed adibito solo a locale invernale, per cui andiamo in quello nuovo, che a dire il vero sembra + un albergo. La camera è ampia con letto matrimoniale e due singoli, bagno, due abbaini e rivestita completamente in legno: sarebbe un nido d’amore ideale. Scherziamo con il gestore, simpaticissimo, di mandarci su un paio di ragazze in camera.

Una doccia ristoratrice ci rimette in sesto. Abbiamo coperto 1800 m di dislivello in 7 ore, due in meno dei tempi del libro, e ci meritiamo una bella cena, che risulta addirittura grandiosa.

Canederli, polenta e goulash, vino rosso e uno strudel sontuoso. La sala da pranzo è piena di gente, ma rimangono ad alloggiare solo un paio di tedeschi, intenti a studiare percorsi su una cartina.

Dopo il caffè e la solita prugna usciamo sul terrazzo a fumare.

La luce lunare dà un tocco quasi spettrale alle foreste di conifere verso il monte Maggio e lungo la strada di malga Zonta, mentre il Toraro e il Campomolon sono immersi nel mare di nebbia. Un altro paio di prugne, due chiacchiere molto interessanti con il titolare, alcune considerazioni sulla giornata che ci attende l’indomani ed alle 22 in punto via a nanna.

Come al solito Andrea parte subito per il mondo dei sogni, mentre io ho la mente piena di pensieri legati al mio passato e, forse al mio futuro. Per fortuna, in capo ad un paio d’ore cado in un sonno profondo.

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