MARTEDÌ 14 – ALBERGO MONTEROVERE / RIFUGIO LARICI

Alle otto colazione, sempre soli in sala. Mentre mangiamo ogni ben di Dio, comprese delle squisite marmellate fatte dalle stesse proprietarie e che ci vengono messe sul tavolo in vasi sottovuoto da mezzo Kg, penso che è un vero delitto la chiusura di questo albergo. Partiamo seguiti da calorosi arrivederci e dalla raccomandazione di salutare quel simpaticone di Alessio, su al rifugio Larici.

Il cielo è completamente coperto e soffia decisa la tramontana. Ho i calzoni corti, ma sopra la maglietta infilo il wind-stopper e calco bene in testa la bandana. Un breve tratto nell’erba grondante rugiada poi prendiamo la strada militare che sale con pendenza regolare attraverso un pendio fittamente coperto di larici e abeti. Mi levo un po’ di vestiario, che appendo a tracolla dello zaino, e ben presto distanzio Andrea. Mi sorpassa un biker ansante proprio mentre si apre una estesa radura al centro della quale sorge una specie di malga ben tenuta con camino anche all’aperto e tavoli e panche in legno. Baita del Cangi 1350 m, proprietà della Sat di Levico. Proseguiamo insieme nel fitto del bosco, mentre la strada lambisce un paio di paretine in cui si aprono numerose caverne artificiali. Ogni tanto vediamo un torrentello o un rivoletto scorrerci vicino ed è davvero singolare questa ricchezza d’acque se paragonata alla quasi assoluta aridità del geograficamente contiguo altopiano dei Sette Comuni.

Mentre in giro non si vede un’anima, dopo un altro tratto sbuchiamo nel bel mezzo della Busa Verle 1468 m. I resti del forte omonimo sono a due passi, ormai fatiscenti, e quasi circondati da un boschetto di aghifoglie. Duecento metri di asfalto e sulla sinistra individuiamo subito il segno bianco-rosso del nostro sentiero. Mi giro indietro un momento e fisso gli occhi sui prati ancora tutti butterati dai crateri delle granate. Il libro di Fritz Weber mi torna alla mente. Un intero anno chiusi in una bara di calcestruzzo sotto il bombardamento del Forte Verena e delle batterie di Porta Manazzo e Bocchetta Portule, senza quasi la possibilità di controbattere, se non contro gli assalti della fanteria italiana, data la posizione altimetricamente dominante delle postazioni nemiche.

Il tratto verso la vetta è molto ripido, su terreno prima chiuso tra gli abeti poi più aperto tra mughi ed affioramenti rocciosi. Man mano che si sale il panorama che si apre è sempre più grandioso e ripaga abbondantemente della fatica.

“Nicola vai, ci troviamo in cima!” – mi dice Andrea dopo un tratto impegnativo, ed io lo ascolto, anche se non posso certo dire che sia in crisi di fiato o gambe, visto che l’attesa dura solo un quarto d’ora. Pizzo di Vezzena 1908 m, con il forte costruito direttamente sulla cuspide sommitale della montagna, tanto che la maggior parte dei colpi di cui era fatto bersaglio andavano a vuoto sorvolandolo e andando a cadere nella retrostante Valsugana, per questo evacuata dai civili già nel maggio 1915. Mangiamo un pezzo di cioccolato seduti sotto alla croce metallica e da qui non è difficile capire perché questo fortilizio fosse stato ribattezzato nel primo anno di guerra “l’occhio dell’altopiano”.

Era il più elevato dei gemelli della “cintura” voluta dal feldmaresciallo Conrad tra il 1908 e lo scoppio della guerra, una barriera di sette Forti contro cui cozzarono sanguinosamente invano i nostri. Doss del Sommo – Sommo Alto – Cherle sugli altipiani di Folgaria e Fiorentini, Belvedere, tra l’altro l’unico rimasto quasi intatto e adibito a museo, su quello di Lavarone, poi il Luserna ed infine il Verle e quello dove ci troviamo ora.

Tutta la grande piana di Vezzena si stende ai nostri piedi tagliata in due dalla strada, oltre il crinale del Costesin svettano il Verena ed il Campolongo, che con la lunga bastionata possente del Portule chiudono l’orizzonte a sud. Più vicino a noi cima Manderiolo, verde di mughi da una parte, da quella rocciosa opposta fuma come un vulcano, con le nuvole che salgono dalla valle a velocità vertiginosa. Salgo un gradino e mi aggrappo alla croce, investito in pieno da una vera tormenta di vento. Il cielo è sempre più cupo ed il Lagorai è già sparito dalla vista ma, incredibilmente, si staglia nitido l’intero inconfondibile skyline del Gruppo Brenta ai cui lati biancheggiano i ghiacciai dell’Adamello-Presanella e del Cevedale.

Un tuono rabbioso squarcia il cielo, seguito ben presto da un altro. Inizia a piovere forte quando abbiamo mosso solo pochi passi sul sentiero che corre lungo il ciglione strapiombante. Andrea infila il poncho ed io lo imito subito, non appena finito di sistemare il coprizaino. Le rocce divengono ben presto una sorta di saponetta e ci impigliamo di continuo nei mughi foltissimi. Cado poi cade anche Andrea, fortunatamente senza conseguenze. La pioggia viene giù a torrenti e la discesa diventa viscida e quasi priva di visibilità: d’improvviso sembra notte. In queste condizioni decidiamo di saltare il Manderiolo, peraltro poco significativo, e di scendere giù verso malga Marcai. Ci facciamo strada in mezzo ad un branco di mucche radunate attorno ad una grande pozza d’alpeggio e tagliamo per il pascolo verso la ormai vicina costruzione. Un buon numero di cartelli che fanno chiaramente capire che gli estranei non sono graditi, unitamente al rabbioso latrare di un paio di cani ed alla quasi certezza di trovare qualche riparo di fortuna più avanti ci fanno tornare sui nostri passi.

La strada, in origine militare, è asfaltata e chiusa al traffico e taglia le pendici del monte in costante salita, tra abetaie rigogliose. Devo usare un bastoncino per far sloggiare le mucche che intralciano la via, mentre ora la pioggia cade sottilissima e costante accompagnata da un continuo lampeggiare e da una sequela di tuoni, mentre la visibilità si riduce a poche decine di metri. Sembra di vagare in una nebbiolina eterea che annulla il tempo e lo spazio.

Ad un certo punto ci fermiamo sotto due pini rigogliosi che ci fanno da ombrello a ripararci un po’ ed a fumare una sigaretta. DI caverne, stambugi o ripari in giro nemmeno l’ombra. La prendiamo proprio tutta finché un po’ alla volta non smette finalmente di piovere. Entriamo in Veneto e la strada diventa sterrata, con autentici torrenti nel mezzo da scavalcare di continuo. Finalmente giungiamo a Porta Manazzo 1795 m con il poncho in mano nel tentativo di farlo asciugare, così come le nostre magliette che fumano sotto il sole di nuovo caldo.

Vediamo molti turisti in auto e qualcuno che fa una passeggiata e, dopo le rituali domande, riceviamo una valanga di elogi. In breve giungiamo al rifugio Larici, gli unici a piedi, e dopo aver messo giù la roba in una cameretta, divoriamo un ottimo piatto di bigoli al ragù con tre pezzi di pane a testa, una birra weizen media e un caffè.

Siamo a 1658 m e ci abbiamo impiegato quattro ore a venire qui, una in meno delle tabelle, in quella che è la tappa più breve dell’intera Altavia, ma anche la più bagnata. Troppo breve. Quando il parcheggio si svuota abbiamo tutto il tempo di annoiarci. Per fortuna arriva un nostro compaesano grande appassionato di montagna con la mamma e la sorella che ci fa trascorrere una buona ora in chiacchere. Arriva poi un po’ di gente, complice il cielo di nuovo quasi sereno, e tra questi tre ragazzi di Cogollo con i quali ho conoscenze comuni, con i quali trascorriamo un altro paio d’ore bevendo un po’ di vino con del buon formaggio.

Finalmente, dopo un breve riposino, viene ora di cena. La sala da pranzo è di nuovo gremita, ma gli unici sportivi sono due tedeschi che stanno facendo Monaco di Baviera – Lago di Garda in mountain bike, non ho capito bene con quale itinerario. Trennette ai porcini, carne, formaggi, verdure e due dolci con il solito litro di vino e quello di minerale gassata, caffè e, poteva forse mancare? Prugna, rigorosamente Ciemme Gorizia. Conosciamo il famoso Alessio, ma è troppo indaffarato per fermarsi a parlare, suo figlio: un armadio alto quasi due metri e molto simpatico e la figlia, simpatica e carina. Le due cameriere non sono bellissime ma nemmeno passano inosservate, ed apprendiamo più tardi che sono entrambe rumene.

Usciamo a fumare, come al solito, sotto un cielo in cui si vedono poche stelle per la luna quasi piena e per la presenza di qualche nuvola residua. Oltre l’orlo visibile dei pascoli che si stendono davanti a noi e che digradano poi nella val d’Assa, il Verena ci mostra la sua bella parete nord-est. A poco a poco se ne vanno tutti ed il luogo diventa finalmente silenzioso. Mi metto a fumare un’ultima sigaretta con il bavero rialzato per proteggermi da alcune folate di vento freddo mentre una civetta fa sentire la sua voce da qualche parte su verso cima Larici, poi salgo verso le 22:30 per andare a letto.

Sto sistemando le mie cose quando sento bussare alla porta. Andrea è di sotto, in bagno, io sono in slip e maglietta ed apro pensando sia lui che scherza. E’ una delle ragazze che, imbarazzatissima, mi chiede una sigaretta. Le sorrido e gliene regalo una anche per l’amica, augurandole poi la buona notte. Torna Andrea e gli racconto l’episodio, dicendogli anche che le ragazze sono nella camera attigua alla nostra. Reazione: si leva la maglietta, inizia a far profonde inspirazioni tirando fuori il petto, si pettina, cala un po’ gli slip, prende in mano quattro sigarette e parte deciso a bussare alla porta delle vicine. Viene liquidato in si e no due minuti, non senza educati ringraziamenti, e torna in camera nostra imprecando e spiegando che una era in bikini e “vedessi che bella l’altra in maglietta e perizoma e con i capelli sciolti”. Non faccio in tempo a ribattere che viene tolta la luce, quindi ci mettiamo a dormire.

Domani ci attende il “tappone” di addirittura dieci ore e dobbiamo essere riposati, gli dico. Ughe brontola qualcosa e sento che gira il fianco, ma stavolta è lui che non trova pace nel letto, mentre io dopo un po’ cado tra le braccia di Morfeo sino all’alba.

Nessun commento: