Usciamo quasi con sollievo alla luce del giorno, allietato ora da uno splendido sole, e dobbiamo infilare prontamente gli occhiali per non rimanere abbagliati.
A dire il vero, l'itinerario originale prevederebbe un paio d'ore di discesa sino a Romano, ma siamo convinti che la valle S. Felicita nulla toglie e nulla aggiunge allo spirito con cui è stata concepita questa traversata.
Imbocchiamo in auto la strada Cadorna, principale arteria di guerra italiana dell'intero massiccio, mentre l'asfalto fuma e sui prati scintillano miriadi di goccioline. Vedo laggiù biancheggiare Bassano poi, dopo un tornante, il mio sguardo si posa su alcune malghe, su rilievi boscosi, su piccoli paesi sulle amene colline asolane mentre si estende a perdita d'occhio la verde pianura veneta punteggiata di case sin verso Vicenza e Treviso, e più oltre, dopo lo stacco dei colli Euganei, confusamente oltre Padova sfuma nell'azzurro della laguna e del mar Adriatico.
Andrea è indaffarato a raccontare le nostre avventure a Pietro ed al nipote e a rispondere ad un fuoco di fila di domande, mentre io penso a tante cose.
Penso che ho bisogno di una bella doccia e di radere la barba di otto giorni, pizzetto escluso, che ho rotto il cellulare e me ne serve uno nuovo, che l'indomani sera ci sarà una cena tra amici che si preannuncia divertente, che domenica con Andrea godremo del sole del Garda insieme a due nuove amiche, come si conviene a dei single che si rispettano....
Ma penso anche alla Grande Guerra. Veramente qui sul Grappa si ha la sensazione che l'esercito italiano, per usare le parole del feldmaresciallo Conrad, fosse "come un naufrago aggrappato ad uno scoglio, cui sarebbe bastato mozzare le dita per farlo cadere nei flutti". Una guerra che vide, su tutti i fronti, qualcosa come settanta milioni di uomini in armi, dei quali oltre nove milioni non fecero più ritorno a casa, e tra questi oltre 600 mila italiani, e la cui prematura conclusione lasciò strascichi ed odi così profondi da generare un altro conflitto ancora più spaventoso.
Certo le ragioni di fondo furono sbagliate, prima tra tutte l'aggressività e l'espansionismo della Germania, e poi l'illusione dei vari regnanti dell'epoca, ironia della sorte tutti tra di loro imparentati, che il conflitto si sarebbe concluso già entro la fine del 1914. Ma una cosa si deve tenere ben presente. Ogni essere vivente ha il diritto di difendere il proprio territorio ed il proprio io, la propria esistenza. Certo pacifismo arcobaleno d'oggigiorno è quantomeno sospetto, perchè palesemente fazioso. Troppi sono gli immemori che hanno dimenticato il comportamento di eserciti invasori. Si pensi al Friuli dopo la rotta di Caporetto oppure alle foibe dell'Istria o anche solo alle stragi di malga Zonta e di Pedescala. La memoria è fondamentale. Senza memoria, un popolo non ha futuro.
Altri pensieri mi corrono per la mente. Le lotte e le dispute confinarie al passo di Campogrosso ed al Pian delle Fugazze, il massacro delle Settecroci sul Pasubio, la tragedia dei Lastarolli alle sorgenti dell'Astico, vittime incolpevoli di giochi politici molto più grandi di loro, e poi la spoliazione di parte dei beni del santuario di Brancafora di Pedemonte, con la perdita di Lavarone Luserna e Vezzena, ed ancora le lotte alla piana della Marcesina.
Quante vicende nel corso dei secoli, su queste montagne. Anche se l'evento più importante in assoluto, è innegabile, fu la Prima guerra mondiale, combattuta in condizioni che sarebbero estreme anche ai nostri giorni. Torna alla mente la parte finale dell'ultimo bollettino del Comando Supremo italiano, a firma Armando Diaz: "I resti di quello che fu uno degli eserciti più potenti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli da cui erano orgogliosamente discesi tre anni prima". 3 novembre 1918. Vittoria dell'Italia.
Percorso di emozioni, sottotitolava la copertina del suo libro Tarcisio Bellò. Ma anche percorso della memoria, dove toccare con mano la Storia ad ogni passo.
Quanto alle emozioni, non sono di certo mancate. Il rauco verso dei gracchi, i fischi delle marmotte, le guglie del Fumante ghermite dalla nebbia, il verde chiaro dei pascoli e quello più intenso delle abetaie, il bianco calcare, le miriadi di fiori dalle tonalità vivaci, i silenzi del Pasubio e del Portule, i canti degli uccelli, la rugiada del mattino ed il gorgogliare delle limpide acque dell'Astico, il cielo nero come la pece ed il rombo dei tuoni a Monterovere, e poi la pioggia ed il caldo implacabile, il sudore e la fatica, le chiacchiere e le risate, la decadente atmosfera di Primolano, la calda ospitalità, la cortesia e la dedizione dei ragazzi del Cecchin, le lezioni degli anziani, la sete e le mangiate luculliane, e ancora il vino e la prugna, lo sguardo inebriante di una bella ragazza e il sorriso di un bambino ...
Altavia delle Alpi Vicentine. Alla portata di qualsiasi camminatore. Basta che abbia la mente pronta ed il cuore aperto. Perchè le emozioni e le cose da imparare non mancano di certo. Per me e per Andrea è stata un'esperienza indimenticabile.
Forse unica.
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