Come d'abitudine ci alziamo alle sette, ma quando scendo le scale mi rendo conto che non c'è alcun segno di vita in tutto l'edificio, e per giunta siamo chiusi dentro da una pesante serranda metallica. Porto giù lo zaino ed infilo gli scarponi, iniziando a far nervosamente il pendolo su e giù per la sala avvolta nella penombra. Andrea invece non perde minimamente il suo proverbiale buonumore. Finalmente verso le otto appare il figlio del gestore, seguito da questi in persona. Ughe attacca subito discorso ed inizia a spiegare il percorso che stiamo facendo ma l'enigmatico Alessio risponde quasi con stizza, ed a nulla valgono altri tentativi su politica, caccia e donne. Si vede lontano un miglio che ha la faccia rabbuiata ed inizia a lamentarsi che ha 150 persone a pranzo, i caprioli da preparare, è stanco ha ormai 60 anni, stamattina non è ancora andato in bagno e via di questo passo.
Ad un certo punto ci fissa negli occhi ed esclama: "ma che ci fate in piedi a quest'ora, ragazzi? Non sapete che oggi è festa?". Trattengo a stento una risposta sgarbata e mi limito a dire che oggi abbiamo davanti una tappa di dieci ore, ma mi manca il coraggio di chiedere la colazione. Forse in preda ad un po' di rimorso ci prepara due tazze di tè, che uniamo ad un paio di merendine da bar, e ci spiega che è originario di contrà Luna sopra Recoaro, iniziando nel contempo a lasciarsi andare a qualche confidenza. Saluti da Monterovere? eh già, quelle donne da giovani erano proprio due belle gnocche, esclama un po' pensieroso. Io e Andrea ci scambiamo un'occhiata divertita. Forse ci sarà stato del tenero fra loro, nel passato, chi lo sa?
Alle nove finalmente riusciamo a saldare il conto e a metterci in cammino, mentre il buon Alessio ci raccomanda di andare piano! Non pensiamo di superare il limite dei cinquanta, gli dico di rimando.
La giornata è quanto di meglio si possa sognare in montagna. Cielo azzurrissimo e sole che complice l'umidità della notte, è quanto mai limpido e abbagliante. I prati, ancora spruzzati d'acqua, pullulano di mucche dai tintinnanti campanacci al pascolo. E' tardi e decidiamo di saltare cima Larici prendendo invece la rotabile per la malga omonima, che da lì in avanti è l'austriaca Eugenstrasse diretta a bocchetta Portule e poi a Campogallina. Saliamo con pendenza regolare attraverso un ombroso lariceto. Ad una grande svolta della strada deviamo sul ripido sentiero che taglia un pendio costellato di grosse radici di conifere e con il fango che a tratti arriva sino alle caviglie, sino a sbucare all'insellatura mugosa di porta Renzola 1949 m. Supero due giovani coppie che mi chiedono informazioni sui nomi dei monti che appaiono all'orizzonte e continuo l'ascesa a tratti ripida, sincerandomi di tanto in tanto della posizione del mio compagno che a volte sparisce alla mia vista, giù in basso, ma che avanza imperterrito. Ad un bivio opto per la salita diretta alla cima Portule 2308 m, dove mi fermo ad attendere Andrea e a bere un po'. Tira aria fredda, tanto che infilo il wind-stopper e levo la bandana fradicia di sudore.
Il panorama che mi si apre intorno è qualcosa di indescrivibile. Ad ovest dietro il Verena si staglia l'Intero Pasubio e dietro a questo il lungo crinale del Carega. Giro un po' lo sguardo e colgo il ghiacciaio dell'Adamello e poi quelli dell'Ortles-Cevedale e davanti ad essi tutta la fantastica struttura di quel merletto rupestre chiamato Gruppo di Brenta. Più vicini vedo il Bondone e la Vigolana ed un grande tratto della grandiosa Valsugana, dove si aprono gli occhi azzurri di Levico e Caldonazzo. Poi tutto il verdeggiante granitico Lagorai, dal Fravort alla cima Cece attraverso il Gronlait, Ruioch, Cauriol, Coltorondo e un po' più avanti i contrafforti del Cimon Rava e la rocciosa imponente piramide della Cima d'Asta. Vari altri gruppi montuosi appaiono e si perdono verso l'orizzonte, ma il mio occhio esperto non fatica molto a riconoscerli. Latemar, Catinaccio, Sassolungo, Sella, la parete sud della Marmolada e poi le stupende Pale di S.Martino con l'acuminato Cimon, la tozza Rosetta, lo slanciato Sass Maor e a destra di queste il Piz Sagron apre la catena delle Vette Feltrine chiusa dal singolare Pavione. Retrocedo con lo sguardo ed individuo il Grappa, poi il Lisser e la piana verde smeraldo della Marcesina, per risalire verso la Caldiera e l'Ortigara sino alla Cima XII ed al Trentin che mi si ergono proprio di fronte. Osservo la parte carsica dell'altopiano ai miei piedi, con la depressione di Campogallina, grande base logistica austro-ungarica in tempo di guerra, e poi la dorsale del Corno di Campoverde-Colombarone-Arsenale ... E' quasi troppo, per due soli occhi... Un gracchio nero si è posato sulla croce che sta a due passi, e sembra osservarmi incuriosito mentre il metallo sul quale serra le zampe luccica quasi abbagliante.
Con Ughe scendiamo verso porta Kempel 2154 m aprendoci la via tra macchie di mughi e qualche roccetta. Ben presto troviamo il segno bianco-rosso e pieghiamo verso la base di cima Trentin attraversando o aggirando di continuo rocce spaccate dal carsismo, grandi doline, sellette e qualche piccolo dosso.
Senza un minimo di allenamento questo continuo su e giù sarebbe a dir poco estenuante, senza contare lo sforzo al quale vengono sottoposte le articolazioni in una camminata fatta spesso su appoggi precari.
Giungiamo ad un bivio e ne approfittiamo per una sosta acqua e sigaretta, chiacchierando nel frattempo con vari gruppuscoli di escursionisti in transito verso la Cima XII che è giusto sopra di noi. Con i suon 2336 m è il punto più elevato della provincia di Vicenza.
Riprendiamo il cammino aggirando un profondo inghiottitoio carsico e dopo un'ultima balza caliamo giù verso il bivacco di Busa delle Dodase, dove notiamo non meno di sei-sette persone indaffarate attorno alle griglie mentre l'aria è pervasa da prelibati odori di carne rosolata e in un vasto spiegamento le bottiglie fanno bella mostra su una tavola. E' l'ora di pranzo ed un po' di languorino mi viene senz'altro, ma mi limito a due chiacchiere, tra l'altro apprendo che sono della Sat di Borgo Valsugana e che il bivacco appartiene alla loro sezione, poi aggiro quasi subito la costruzione iniziando a salire un ripido pendio, sempre seguito da Andrea. Scolliniamo ben presto questa sorta di forcella di Cima Undici ed iniziamo a scendere in una vallecola mugosa dove iniziano ad apparire segni di opere belliche. In breve montiamo sull'ultima parte dell'austriaca Karlstrasse, a suo tempo principale arteria di rifornimento verso il fronte dell'Ortigara e numerosi resti di baracche, muretti, postazioni e caverne si dipanano ai lati, assumendo anche aspetti per certi versi grotteschi nei pezzi di muro con tanto di finestra o nelle brevi gradinate di cemento che non raggiungono più, ormai, nessun posto.
Ad una strettoia della rotabile, tra due spalti di roccia, notiamo la lapide affissa a mezz'altezza e dedicata al grande, indimenticabile Gianni Pieropan. Siamo sulla dorsale di Campigoletti, seconda ed imprendibile linea austro-ungarica, e la complessità del sistema di trincee e di fortificazioni è ancora abbastanza ben leggibile sul terreno. Poco più avanti, in una nicchia scavata qualche metro sotto la strada, troneggia un monumento con croce germanica che ricorda il luogo del grande cimitero militare.
Saliamo decisi sulla grande piattaforma lunare che costituisce l'Ortigara, il "Calvario degli Alpini" di triste memoria, dove all'inizio dell'estate del 1917 in una sola settimana di combattimenti vi furono oltre 33mila inutili caduti di ambo i contendenti, ma il numero degli italiani morti feriti o dispersi fu largamente maggiore di quello nemico. Un caso esemplare dell'ottusità dei nostri comandanti che pretesero l'assalto frontale su un ripidissimo crinale ben difeso da solide postazioni e numerosi nidi di mitragliatrice e, dopo la conquista che ha veramente dell'incredibile, lasciò i nostri a far da bersaglio all'artiglieria austriaca su terreno scoperto e indifendibile sul lato del rovescio. Un tremendo massacro, un bagno di sangue completamente inutile noto nelle scartoffie come "Operazione K".
Suoniamo la campanella issata su una leggera struttura metallica, poi in breve raggiungiamo la celebre colonna mozza di quota 2105, ai piedi della quale ci sediamo a mangiare la poca cioccolata che ci resta ed a bere un piccolo sorso d'acqua, perchè ormai scarseggia anche quella. Gli escursionisti sono numerosi e tra i turisti in scarpe da tennis abbondano i bambini. Oggi è ferragosto e questa è forse la meta più conosciuta di tutto l'Altipiano. Ci muoviamo verso il cippo austriaco e poi sostiamo un attimo a guardare il panorama vertiginoso sul ciglione strapiombante della montagna. Borgo è proprio sotto di noi, 1800 metri più in basso e noto numerosi corpi nuvolosi che iniziano a formarsi sulle vette del Lagorai e sulla Cima d'Asta, tanto vicina e limpida da poterla quasi toccare.
Il sentiero sprofonda a gradoni rocciosi, a tratti esposto ma agevolato da un cordino metallico e dopo una breve galleria molto buia e viscida perviene al passo dell'Agnella 1944 m. Sul prospiciente col Campanaro occhieggiano numeroso gallerie e postazioni. Percorriamo tutta la valletta sino a raggiungere un ricovero di fortuna, quindi iniziamo a salire verso la Cima della Caldiera 2124 m. Un cartello recita "posto di fuoriuscita delle truppe all'assalto dell'Ortigara" in un varco largo qualche metro tra i resti di due muretti a secco. Il sole è caldo e sto sudando copiosamente, ma un brivido irrefrenabile mi corre lungo la schiena. Più avanti, dal Pozzo della Scala in poi, è tutto un susseguirsi di trincee e gallerie, alcune molto ben recuperate nell'ambito di un progetto europeo, ma i cui lavori, non so bene per quale motivo, sono ormai fermi da oltre un anno.
Siamo entrambi un po' stanchi per il grande caldo, senza più niente da mangiare e con si e no qualche sorso d'acqua a testa nelle bottiglie. Marcesina è ancora lontana e noi, presi dall'entusiasmo, stiamo vagando da oltre un'ora in un reticolo di trinceramenti dove una vera selva di mughi sembra vivere in simbiosi con la roccia.
Torniamo sul sentiero segnalato e fumiamo una sigaretta per decidere sul da farsi. Il piccolo rifugio Cecchin dovrebbe essere aperto, dico ad Andrea, perchè non farci un salto a mangiare qualcosa e soprattutto bere? Dopotutto siamo in vacanza, a che serve far tutto il percorso d'un fiato per arrivare magari disidratati? Proposta subito accettata.
Il sentiero con segnavia giallo corre lungamente sul bordo di profondi trinceramenti, ed ai lati e in qualche slargo notiamo intere cataste di mughi tagliati di fresco, aggira cima della Campanella e poi cala verso la chiesetta del monte Lozze, dalla posizione ben visibile anche da lontano per la presenza dell'alta colonna bianca sormontata dalla madonnina. Il luogo pullula letteralmente di gente e quando, salita una gradinata ed aggirato uno spuntone roccioso, ci appare finalmente la minuscola costruzione, non possiamo credere ai nostri occhi. Una folla è accalcata sui pochi tavoli ed anche un grande tendone montato all'esterno risulta letteralmente gremito di turisti in pantaloncini e t-shirt. In un cartello noto un programma settimanale con degli orari quasi militareschi, e non tardo a capire che una squadra di volontari si è assunta l'impegno di ripulire tutta la zona dell'Ortigara, addirittura dormendo e mangiando in loco. Sono gli Alpini della sezione di Marostica che compiono questo sforzo veramente ammirevole, e che inoltre gestiscono il rifugio Cecchin tenendolo aperto nei fine settimana da giugno a settembre con opera di puro volontariato ed in una zona altrimenti sprovvista di qualsiasi punto d'appoggio.
Fortuna vuole che sia quasi pronto un secondo grande pentolone di pasta al pomodoro, ed i nostri due piatti spariscono quasi all'istante assieme ad un litro d'acqua fresca a testa.
Un tizio che naviga verso la sessantina attacca discorso chiedendoci di dove arriviamo e ricevuta la risposta di Andrea "siamo partiti sabato da Recoaro" si mostra ammirato e molto incuriosito. E' compaesano di Bellò, che conosce personalmente, e grande esperto di montagna. Ughe dichiara di non riuscire a credere che l'autore del libro abbia impiegato appena tre giorni a coprire l'intero tragitto e devo ammettere che anch'io ho le mie riserve in proposito, dubbi condivisi anche dal nostro vicino di tavolo. La conversazione passa poi alla Grande Guerra, agli Alpini ed alle Dolomiti, argomenti sui quali non ci facciamo certo pregare per parlare. Beviamo il caffè e salutiamo i nostri commensali, ma non c'è verso di pagare poiché i bravi ragazzi del Cecchin accettano solo offerte. Lasciamo dieci euro a testa nel cestino ed a ben guardare sarebbero anche pochi.
Zaino in spalla e via giù per le scorciatoie della ripida strada militare che scende al piazzale Lozze, che una volta raggiunto ci appare come il parcheggio di un grande ipermercato, e la teoria di auto buttate in sosta alla rinfusa prosegue poi per un altro chilometro lungo la rotabile asfaltata. Più avanti ogni piccola radura od il minimo spazio sgombro da pini o rocce risulta letteralmente preso d'assalto da tavolini e sedie, barbecue o semplici coperte buttate sull'erba.
Guardo il cielo che appare appena increspato da qualche scia biancastra di leggerissime nuvole oppure d'aerei, ed infatti ne vedo proprio uno luccicare al sole. Fa sempre molto caldo e rivoli di sudore mi scorrono lungo il collo, il petto e la schiena. Prendiamo la deviazione per malga Fossetta 1665 m con l'intenzione di evitare il labirinto dei Castelloni di S. Marco e puntare in qualche modo direttamente sulla piana di Marcesina ma, complice la mia vecchia cartina del 1992 che non riporta affatto sentieri riattati o approntati ex-novo, il rischio è di dover fare qualche inutile giro vizioso. Vedo un gruppo di escursionisti guidati da un tizio che sembra sapere il fatto suo, ed infatti ci indica prontamente un sentiero nel folto della boscaglia che fa al caso nostro e che ai nostri occhi sarebbe risultato quasi introvabile.
Sbuchiamo in una grande radura guardata da una parete rocciosa dove si apre una lunga fila di caverne-ricovero e d'istinto scelgo di seguire la stessa su una vecchia strada militare che dopo qualche saliscendi punta decisamente al basso immettendosi in un fitto bosco. Ora gli unici rumori che percepiamo sono i versi canori degli uccelli e lo stormire delle foglie dei faggi. La rotabile sembra non finire mai, o forse siamo noi ad essere stanchi, poi finalmente ci allacciamo ad un'altra mulattiera più grande dove vedo i segni del Cai. Poco più avanti una tabella di legno smaltato recita impietosa: Marcesina - S. Lorenzo 3H30'. Ughe mi guarda un po' scoraggiato, anche perchè riprendiamo a salire e camminiamo già da oltre sei ore e mezza.
Vediamo un bel cippo di confine, poi un altro cartello con la scritta "sentiero dei cippi 1492". Senza volerlo siamo tornati sull'itinerario ufficiale ma poco più avanti, dove la strada ne incontra un'altra non segnalata e semi-allargata dalle recenti piogge, decido di fidarmi del mio senso di orientamento e di seguire quest'ultima. Il bosco, dapprima quasi impenetrabile, si dirada a poco a poco e nello spazio di una decina di minuti, oltrepassato il confine di Grigno, arriviamo in terreno aperto nei pressi di una malga vicino alla quale sostano molti camper con i relativi proprietari divisi tra pic-nic e partita di calcio.
Non so se sia l'odore del mio sudore oppure la bandana nera a ricami bianchi, fatto sta che un nugolo di mosche prende a girarmi intorno ed ogni tentativo di scacciarle è vano. Ughe va avanti quasi per forza d'inerzia quando raggiungiamo il rifugio Barricata, chiuso per radicali lavori di ristrutturazione e sostituito da una piccola struttura con l'appendice di un ampio tendone e, risaliti su asfalto, ricominciamo inesorabilmente a salire. La pianta dei piedi inizia a dolermi, poi oltrepassiamo una griglia e rientriamo in territorio vicentino, in piano, con estesissimi pascoli costellati di roccette e di mucche. Anche qui vi sono numerosi turisti ed un fastidioso via-vai di macchine ci passa vicino. Oltrepassiamo un ex cimitero militare e finalmente il mio sguardo si posa sull'imponente struttura dell'albergo Marcesina 1369 m, e poco discosta, sulla bella chiesetta di S. Lorenzo.
Guardo l'orologio di Andrea. Dislivello ufficiale di oggi è di soli 850 metri, ma chissà di quanto aumentato dagli innumerevoli saliscendi non quotati, ed il tempo effettivo di otto ore, con altre due limate da quello dichiarato.
Mi giro indietro e nell'orizzonte offuscato vedo confusamente la zona dell'Ortigara, molto lontana, il che mi fa riflettere sul grande sviluppo della tappa odierna. Penso sia ragionevole supporre una distanza totale di 35-40 chilometri.
Davanti all'albergo c'è molta gente seduta a bere qualcosa all'ombra di due grandi alberi. Entriamo e, simpaticamente, la coppia di gestori finge di non aver ricevuto alcuna prenotazione oppure ci minaccia di accompagnare la cena con sola acqua poi, vedendoci stanchi e sudati, l'uomo ci accompagna per le scale sino al terzo piano, riempiendoci nel contempo di elogi per quella che definisce un'impresa. Camminiamo con gli scarponi sulla moquette. La camera bella, raccolta, con la struttura delle travature che parte da circa quattro metri di altezza per finire dietro la testiera dei letti e nella parete esterna del piccolo bagno a nemmeno un metro e mezzo dal pavimento. Occhio alla testa quindi.
Mai una bella doccia è stata più necessaria e gradita e, dopo che se l'è fatta anche Andrea, torno in bagno e faccio un bel bucato di mutande calzini bandane e magliette. Un'oretta o poco più stesi a riposare, poi scendiamo per la cena, che si rivela senza infamia ne lode, in una sala mezza vuota e dove sono quasi assenti gli under cinquanta. La minaccia sul vino si rivela infondata ed abbiamo così sete che beviamo ben due litri di acqua gassata. Sembra quasi superfluo dire del caffè e della prugna.
Guardo con interesse le grandi foto d'epoca appese alle pareti, con una interamente dedicata ai regnanti Umberto e Margherita sovrastati da un gigantesco stemma dei Savoia. Forse qualcuno in questo posto soffre di nostalgia verso il vecchio Regno d'Italia.
Nell'attuale struttura dell'albergo era sita la caserma della guardia di finanza e la dogana sino al 1915 e, sebbene questa zona sia sempre stata retrovia, la presenza del forte Lisser qui vicino è comunque emblematica.
Usciamo a fumare con un'altra prugna in mano e, nel chiarore della luna piena, osservo i chiaroscuri delle selve sulle basse dorsali che ci circondano, poi mi soffermo sul monte Forcellona e sui rilievi del Lisser e del Tondarecar che si elevano verso sud.
Parliamo perlopiù di politica con un paio di tizi, mentre Ughe quasi inveisce verso due agenti della forestale, acerrimi nemici dei cacciatori, poi rimasti soli scambiamo impressioni di quanto visto e provato oggi e nell'intera Altavia fatta sin qui. Andrea è letteralmente entusiasta e definisce questo ferragosto come un giorno che sarà sempre, nel futuro, memorabile: "quasi l'intero Altopiano attraversato a piedi!" esclama. Io concordo con lui.
Verso le 23:30 andiamo a nanna e stasera, non essendoci rumene in vista, Ughe tarda non + di cinque minuti ad addormentarsi. Io resto sveglio un pezzo prima di essere ghermito da un sonno profondo senza sogni e chi mi permette di alzarmi il mattino successivo completamente riposato.