SABATO 11 – RIFUGIO CESARE BATTISTI / ALBERGO STREVA

Attraversiamo in auto le strade di una Recoaro ancora assonnata e semideserta in un radioso mattino di sole, poi imbocchiamo la valle che porta alla Gazza, senza incontrare anima viva. Ci accompagnano il buon Pietro ed il figlio, rispettivamente fratello e nipote di Andrea, subissandoci di domande, curiosità ed incoraggiamenti.

Alle otto in punto siamo sul piazzaletto sotto il rifugio Cesare Battisti. Un breve saluto a Pietro ed un arrivederci a tra una settimana sul Grappa, poi entriamo per una breve sosta bagno e caffè. Andrea attacca subito discorso con il gestore, in mancanza di avventori, e gli espone il programma che ci accingiamo a fare. Questi, con aria sorniona, finge incredulità, poi ci squadra da testa a piedi ed infine afferma che Bellò non è partito da qui, ma bensì da Recoaro Mille, via monte Campetto-Fraselle-Zevola. Gli faccio notare, che semmai, il prologo parte da Campofontana, e prosegue per Telegrafo-Lobbia-Fraselle-Zevola, ma rischio solo di innescare una inutile discussione, quindi pago ed esco toccando Andrea ad un braccio.

Il tempo di una sigaretta e di un’occhiata allo stupendo anfiteatro formato dai monti Zevola Plische e Fumante, una stretta di mano molto prolungata, e siamo pronti a partire. Osservo il mio compagno. Non so per quale miracolo, si è finalmente deciso a cambiare la vecchia sacca militare con un moderno zaino da 40 litri, ma rimane per me quasi un mistero del perché abbia il poncio da pioggia ed un ombrello formato famiglia legati all’esterno di esso con pezzi di spago senz’altro da salumi.

Delle due magliette in microfibra che mi ero sforzato di fargli prendere, una è stata distrutta innaffiando di verderame le viti, l’altra ha in bella vista il marchio di un ferro da stiro in mezzo alla schiena.

Indosso la bandana e gli occhiali da sole, allaccio ai polsi i bastoncini da trekking ed inizio la salita, che si sviluppa regolare a tornantini, sfiorando dapprima la base del Sasso delle Molesse, per poi portarsi con un traverso sulla destra sin quasi allo sfocio del Forcellino ed infine, con una breve impennata, sbucare al celebre passo della Lora 1716 m., da tempo immemorabile punto di confine tra Vicenza, Verona e Trento. Mezz’ora per salire dai 1265 m. della partenza, non è male. Mentre attendo Andrea che arriva un po’ trafelato scambio due chiacchere con un tizio ed osservo un cippo datato 1853. Un sorso d’acqua e saliamo insieme il ripido costone mugoso del Plische sino ad una piccola croce in ferro 1970 m. per poi sbucare sulla vecchia mulattiera d’arroccamento. Il cielo è terso con una leggera increspatura di cirri. Godendo la vista sulle sottostanti valli di Revolto e Campobrun e con tutta la costa media e la Cima Carega giusto davanti a noi, scendiamo in relax al rifugio Scalorbi, 1767 m. accompagnati da qualche fischio di marmotta.

In giro non c’è quasi nessuno e basta sgranocchiare un pezzettino di pane per essere subito circondati da uno stormo di gracchi neri. Riflettiamo sul fatto che il confine con il Trentino sia spostato così a sud, rispetto allo spartiacque, sulle tracce ancora visibili, pur se qui fu solo retrovia, della Grande Guerra ed infine sulla bellezza di alcune guglie rocciose nelle immediate vicinanze ed attacchiamo il ripidissimo spallone ovest dell’Obante, sino a sbucare al passo omonimo 2072 m. Mi giro indietro e vedo Andrea arrancare ed ansimare ma senza cedere a nessuna sosta forzata. Considerato che ha all’attivo solo tre escursioni di rilievo nella stagione in corso, contro le mie oltre quaranta, quando arriva gli do una pacca sulla spalla, e gli dico bravo. Il sentiero prosegue un po’ a saliscendi, con qualche breve tratto attrezzato, aggira il torreggiante Castello degli Angeli, e sbuca infine sul ripido invaso del Giaron della Scala. Dalla testata della valle dell’Agno stà intanto salendo la consueta nebbia nella quale ci troviamo ben presto a tratti immersi, lungo una discesa che metta a dura prova le ginocchia. Ad un certo punto vedo Andrea tornare indietro in cerca dell’orologio, perso in uno dei due capitomboli precedenti, e ritornare ben presto sorridente con l’oggetto in mano. Un bel tratto di bosco ombroso e sbuchiamo infine a Campogrosso, 1446 m., dove già da lontano colpisce il luccichio delle numerose auto disseminate nel parcheggio e lungo la strada.

Ci concediamo una sosta al rifugio dove divoriamo un piatto di bigoli con l’anitra e un intero cesto di pane fragrante, e bevendo solamente acqua, due chiacchere con un tizio solitario, che dice di essere li in vacanza da una settimana e con una giovane cameriera molto carina, il consueto caffè con annessa sigaretta e siamo di nuovo in marcia.

Contorniamo alla base la Sisilla da dove osserviamo l’imponente linea di cippi del 1752 per poi iniziare a salire lungo un bel sentiero sino al passo del Baffelan, 1704 m. Di qui inizia lo stupendo sentiero d’arroccamento tagliato nella viva roccia nel 1915 e che, anche con l’ausilio di numerose gallerie e due brevi tratti attrezzati, percorre quasi l’intera cresta del nodo del Sengio Alto. Ci colpisce il contrasto tra il versante trentino in pieno sole e quello vicentino immerso in una tetra e fumigante nebbia, tanto che ci scherziamo anche un po’ su. Mi chiedo quanti e quali sacrifici sia costato ai nostri alpini costruire e presidiare una tale opera. Specie nei lunghi, nevosi inverni di guerra.

Dal passo degli Onari scendiamo per il ramo occidentale del camminamento sino alla selletta nord-ovest lungo un percorso a tratti molto esposto ma di rara bellezza, per poi calare attraverso un fitto bosco di faggi sino alla depressione del Pian delle Fugazze. Il contrasto tra quest’altro passo frequentatissimo da auto e moto e la silenziosa solitudine del percorso appena fatto fa meditare. Le cose sembrano ridursi a due: o nella settimana di ferragosto pochi appassionati frequentano i monti di casa oppure sempre meno gente ha voglia di fare, per quanto sana sia, fatica.

Dopo aver cercato per un po’ la famosa “Pria Favella” ed aver trovato solo un bel cippo in cui campeggia un restaurato “Leon in Moleca” proprio a bordo strada, torniamo sui nostri passi e ci concediamo una bella birra ed una sigaretta comodamente seduti. Siamo pur sempre in ferie no?

Dal passo 1162 m. all’albergo Streva 1119 m. sarà si e no un chilometro di asfalto, che ci accorgiamo ben presto ricco di insidie quando ci sfiorano un paio di centauri in sorpasso a folle velocità. Proprio vicino a noi troneggia un grande cartellone con un casco rovesciato in mezzo, e con la scritta cubitale “usa la testa, il casco non basta …”.

La camera che ci viene assegnata è comoda e con ben tre letti. Ci concediamo una bella doccia e un riposino sino a quasi l’ora di cena. Dopo tutto abbiamo coperto il percorso in sei ore, ben due in meno dei tempi segnalati, e con buoni 1500 metri di dislivello. Andrea scende in sala vestito come un villeggiante: camicia jeans e scarpe scamosciate ed a tavola contrasta molto con la mia t-shirt attillata in microfibra, i mie pantaloni in shoeller’s e le mie ciabatte. Ordiniamo un litro di vino ed uno di acqua gassata, attirando gli sguardi dei commensali e del gestore, tutti o quasi over 60. Quest’ultimo prorompe addirittura in un’esclamazione di meraviglia <ma voi siete alpini!> che ci fa molto sorridere. Un po’ di pasta, tre fettine di vitello tonnato con un po’ di fagiolini ed una mezza albicocca sciroppata con una pallina di gelato è tutto quello che ci viene portato. Forse anche troppo secondo i canoni del posto, visto che una signora rinuncia al secondo in favore di un formaggino, molto + digeribile. Ughe è fuori di sé. Chiama il gestore e lo rimprovera. In capo ad una decina di minuti, come per magia, appare un vassoio di carne salada ed una zuppiera colma di fagioli ed il buon uomo quasi si siede con noi ad ascoltare i dettagli del nostro itinerario ed a sperticarsi in complimenti. Dopo un caffè ed una prugna, ne ordiniamo un’altra ed usciamo a fumare ed a vedere le stelle.

Una falce di luna illumina tutta la bastionata del Carega e del Kerle mentre le pendici boscose intorno a noi sono avvolte dalla + completa oscurità e animate solo da folate di vento o dal richiamo di qualche notturno rapace.

Parliamo un po’ del percorso fatto e di quel che ci attende l’indomani, il Pasubio.

Alle 22.30 siamo già a letto e Andrea cade subito in un sonno profondo, mentre io lascio vagare a lungo i pensieri, sino a che, complice un materasso infossato, vengo rapito da un torpore forse + simile ad un dormiveglia.

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