VENERDÌ 17 LOCANDA ITALIA - RIFUGIO BASSANO

Alle sette e mezzo siamo già sui tavoli del bar, assonnati ma ben organizzati con zaini e scarponi ai piedi. Siamo chiusi dentro e dobbiamo attendere una decina di minuti che arrivi il gestore, il quale ci prepara subito due tazze di tè e si scusa per la mancanza di brioches fresche, che attende per le otto e mezzo. Io mi arrangio con un paio di croissant confezionati, mentre Andrea si porta al tavolo un mezzo vassoio di quelli rimasti dal giorno prima. Parlo con l'ex maestro dell'imponenza delle fortificazioni che sovrastano il paese e della loro inutilità durante la Grande Guerra a causa del volontario ritiro degli italiani su una linea più arretrata congiungente la Val Frenzela con la val delle Ore e il col Moschin, seguita allo sfondamento di Caporetto. Lui annuisce e racconta che, avendo quasi settant'anni, ha fatto in tempo a vedere e raccogliere moltissimi reperti, in gioventù.

Prendiamo due bottiglie d'acqua da litro e mezzo ed un po' di cioccolata ma, al momento di pagare, ci vediamo presentare una cifra + ridotta del pattuito ed in cui non figurano nè la prugra, nè le trote e nemmeno la colazione del mattino. A nulla servono le nostre proteste e dobbiamo rassegnarci ad una stretta di mano di commiato.

Fumiamo una sigaretta davanti alla locanda prima di avviarci alla stazione. L'idea di perdere un'ora e mezza buona lungo la pista ciclabile di ieri, asfaltata per giunta, solo per arrivare all'attacco del sentiero ci fa preferire una piccola slealtà verso lo spirito del trekking.

In quel mentre esce il gestore - "rischiate di perdere mezza mattinata, con il treno. Vi porto con la mia auto" -. Noi siamo allibiti ma felici.

Lungo la statale il buonuomo ci racconta della decadenza di Primolano, della trascuratezza in cui lascia l'abitato il comune capoluogo di Cismon, della lotta per non far aprire cave di pietra nel territorio e dello spopolamento. Ascoltiamo in religioso silenzio e, quando ci deposita sulla piazza centrale del paese giusto davanti l'imbocco del sentiero, sentiamo un grande rammarico nel doverci congedare da lui. Una persona come poche, forse d'altri tempi, sicuramente un modello ideale per come tutti dovrebbero essere.

Cismon del Grappa 210 m. Il percorso inizia sotto un arco tra le centralissime facciate delle case e si capisce già dai primi metri di che pasta è fatto. La mulattiera selciata di pietra nera sale dapprima tra i cortili e gli orti delle abitazioni, poi si dirige verso i primi risalti rocciosi fendendo una rigogliosa ed intricata boscaglia che solo a sprazzi lascia intravedere la bellissima acuminata punta della Gusella, sormontata da una piccola croce. Ho i bronchi un po' ostruiti e mi viene anche qualche colpo di tosse, il tutto sicuramente causato dagli sbalzi termici dei giorni precedenti e magari da qualche maglietta sudata cambiata con un po' di ritardo, ma tengo duro.

Il camminamento si incunea tra pareti calcaree e, prima contornandola poi superandola in uno stretto incavo in cui spiccano resti di opere belliche, si porta oltre l'ardita cuspide rocciosa. Una panchina di legno, o meglio quel che ne resta, giace scardinata da un lato e colgo l'occasione per apporggiarvi lo zaino e bere un sorso d'acqua, attendendo un momento l'arrivo del mio compagno. Andrea oggi è un po' in crisi già dalle prime rampe, ma ammiro la sua perseveranza e forza di volontà. Poco più avanti il percorso si biforca, proprio in corrispondenza di due capitelli collegati tra loro da un tetto di tegole e, anzichè andare dritti per la più agevole valle Cesilla, optiamo per il ramo di sinistra, molto più impegnativo. Mi chiedo quale sforzo fosse necessario per salire di qui ai soldati austro-ungarici, autori del pregevole manufatto, in completo assetto di battaglia e con le salmerie al traino. La mulattiera sale costantemente con una pendenza molto accentuata e dopo ogni curva basta uno sguardo per vederla svoltare lassù, dietro quella successiva, senza mai lasciare un attimo di respiro. Riesco a prendere un passo regolare, senza nessuna sosta, ed a salire in lenta progressione. Dopo un bel pezzo i crinali che intravedevo sopra di me sono superati, e sbucando dal bosco mi fermo nei pressi di una casa, dove rispondo alle domande di una donna e del figlio che sta sistemando un portico. Il cielo è un pò velato e l'umidità quasi palpabile. Mai successo di avere rivoli di sudore che corrono dalla nuca alla schiena, giù per le gambe sino ad infilarsi dentro gli scarponi.

Guardo indietro e mi rendo conto di essere già molto più alto di Enego, che giace di fronte, dall'altra parte della Valsugana, ed infatti una tabella li vicino indica quota 1050. Ughe arriva dopo oltre mezz'ora ed ha la faccia stravolta. Lo prendo in giro per la prugna della sera precedente e ne ridiamo insieme mentre beviamo l'acqua delle bottiglie a grandi sorsate. Il selciato termina proprio davanti alla casa, attraversiamo una strada bianca e prendiamo il sentiero che sale in mezzo all'erba, alta oltre la cintola, con una pendenza ancora maggiore. Si continua sempre così sino ad una grande costruzione ormai vetusta, poi una traccia di carrareccia ci porta a raggiungere un magro boschetto di abeti e poco oltre alcune casupole ristrutturate, dove finalmente il percorso spiana un po'. Col dei Prai 1.250 m. Aspetto Andrea, che è di nuovo indietro un bel pezzo, ed intanto guardo giù verso la valle, dove spicca il grande lago artificiale del Corlò.

Dopo le pareti strapiombanti del Canale di Brenta, il massiccio del Grappa mostra ora una faccia più dolce, con alternanza di rilievi e valli, boschi e pascoli, che lo fanno diventare quasi una continuazione del prospiciente altopiano dei sette Comuni.

Ora camminiamo su una grande strada bianca immersa in una selva di grossi faggi e dopo breve tempo sbuchiamo sull'asfalto, prima in salita poi in discesa, dove riesco a staccare di nuovo Ughe, oggi non nella sua giornata migliore. All'albergo Forcelletto 1.392 m mi fermo e poco dopo lo vedo arrivare con un'espressione strana in volto. Dice di aver visto un'anziana coppia che si prendeva cura di un monumento al lato della strada e, ad una sua battuta che suonava come un complimento, la donna prima ha detto che li è stato travolto dieci anni prima il fratello in bici da corsa, poi è scoppiata in singhiozzi cui ha fatto seguito una crisi isterica.

Commento che il mondo è veramente pieno di gente un pò strana, poi mi accendo una sigaretta, subito imitato da Andrea cui presto torna il buonumore. Sulla rotabile intanto vedo transitare auto di ogni tipo, qualche jeep stile militare, centauri, numerosi ciclisti persino un pattinatore aggrappato ad uno scooter, ma nessuno a piedi. Entriamo nel locale a bere un tè caldo con una fetta di crostata ai frutti di bosco, con i giovani gestori che ci guardano con aria canzonatoria. Il posto ha qualche vetrinetta piena zeppa di reperti bellici ed una miriade di gagliardetti di gruppi alpini appesi sopra il bancone ed alle pareti, oltre a molte foto d'epoca, ma veniamo completamente ignorati quando tentiamo di attaccar discorso sulla guerra o sul nostro itinerario. Noto che i due sono molto più interessati alla musica reggae a tutto volume oppure ai litri di spritz che servono agli avventori.

Chi se ne frega, pensiamo ad alta voce, ed usciamo a godere il panorama abbellito dal sole tornato allegramente a splendere. Davanti a noi si stende una valle verdissima con malghe pozze d'alpeggio e mucche al pascolo, ma i molti anni trascorsi non sono riusciti a cancellare del tutto i numerosi crateri delle granate. Alla nostra sinistra c'è la dorsale Prassolan-Solaroli-col dell'Orso, davanti un po' spostato sulla destra il monte Pertica e lassù in alto, lambito e sovrastato da scure lingue di nebbia che salgono dalla pianura e che si espandono veloci nel cielo sino quasi a fagocitare il disco solare, il roccioso promontorio della Cima Grappa. Non l'avevo mai vista da qui, dal lato del rovescio, con lo stesso punto d'osservazione degli austriaci, e debbo dire che la sua forma a prua di nave e la formidabile valanga di ferro e fuoco che eruttava dalle sue viscere, trasformate in un'autentica fortezza, dovevano di certo incutere una sorta di timore reverenziale.

Ci incamminiamo lungo la strada bianca militare che sale con regolarità e dopo un po' usciamo da un boschetto e mettiamo piede sull'ampia gobba erbosa che costituisce la sommità del Pertica 1.549 m. Qui gli scontri furono particolarmente cruenti sia durante la battaglia d'arresto del dicembre 1917 che in quella del solstizio del giugno 1918, con la cima persa e riconquistata più volte dagli italiani. La devastazione del terreno testimonia la dura lotta. Riprendiamo a salire lungo un'ampia mulattiera che contorna l'erta cresta finale, contenuta da imponenti ed ancora integri muri a secco, poi quando questa svolta verso l'abbandonata base americana, proseguiamo sulla destra per sentiero a tratti ripido tra resti di trincee e numerose gallerie, vedendo sotto di noi il rifugio Scarpon, ed infine sbucando di fianco al grande Ossario.

E' fatta! Ci scambiamo strette di mano e pacche sulle spalle. Cima grappa 1.775 m, fatta in cinque ore e con ben 1.560 metri di dislivello. Possiamo essere soddisfatti di noi stessi!

Peccato per il panorama in parte celato dalle nebbie, ma a tratti si vedono bene l'Asolone, il col della Beretta, il col Moschin dietro ai rilievi di Fenilon e Fagheron e più in là si intravedono appena il col d'Astiago e lo Spitz di Stoner. Verso nord le Dolomiti sono tutte incappucciate da spessi strati di nuvole, mentre sale dalla val delle Mure un vento freddo che fa vorticare in modo bizzarro la nebbia attorno a noi.

Attraversiamo il piazzale imgombro d'auto in preda quasi all'euforia, ed entriamo al rifugio Bassano con l'intenzione di fare incetta di cibo e bevande. Seguiamo un cameriere nella sala da pranzo, molto ampia ed elegante, camminando con gli scarponi sui tappeti e con tanto di zaini in spalla. Qualcuno ci guarda un po' freddamente, ma sono troppo allegro per preoccuparmene anche solo minimamente. Ordiniamo subito la minerale gassata ed un litro di vino rosso, divorando nel contempo un cesto di pane, poi ci diamo dentro con fettuccine ai porcini, polenta e goulash, patatine fritte, un secondo litro di vino ed infine due fette formato maxi di torta della nonna. Per finire in bellezza è doveroso un bel caffè lungo e, provate un po' ad indovinare? una prugna a parte. La ragazza che arriva con il vassoio è molto giovane carina e curiosa. Ci chiede degli zaini e da dove proveniamo. Ughe non aspettava altro e si mette a snocciolare una quantità di informazioni sul nostro percorso, mentre l'espressione di lei si fa sempre più stupefatta ed alla fine dichiara che, con trascorsi nei boyscouts ed appassionata di montagna, ci invidia profondamente. Usciamo a fumare ed al rientro, con la sata da pranzo ormai quasi vuota, il gestore ci viene incontro e ci stringe la mano facendoci i complimenti per la nostra Altavia, offrendoci nel contempo due grappe. Guardo verso le finestre sul fondo del locale, davanti alle quali vi è il busto del generale Gaetano Giardino, comandante supremo della Quarta Armata che tenne il fronte del Grappa dal novembre 1917 sino al termine del conflitto, e noto sul piedestallo di pietra incise le parole "Monte Grappa tu sei la mia Patria", tratte da un suo famoso discorso. Levo d'istinto il bicchiere in quella direzione poi, svuotatolo d'un fiato, mi avvicino al banchetto per pagare, mentre una specie di fuoco sembra voglia incendiarmi lo stomaco. Ma non sono ancora salvo. Il simpatico gestore ci rifila altri due grappini che definisce "specialità della casa", ma stavolta mi guardo bene dal ripetere la bravata e bevo a piccoli sorsetti.

Usciamo, è il caso di dirlo, a rinfrescarci le idee e ci rintaniamo in una rozza panca di legno sotto al portico che si apre davanti l'entrata del rifugio, anche perchè la nebbia ha lasciato il posto ad una fredda pioggerellina che cade fitta fitta.

Attendiamo un'oretta così, con i baveri rialzati, parlando del più e del meno ed osservando l'andirivieni di varia umanità, compreso un gruppo di giapponesi o forse cinesi, e proprio mentre qualche timido raggio inizia a squarciare lo spesso velo di nubi, ecco apparire il buon Pietro con il figlio, che già da grande distanza ci sorridono a tutta bocca.

L'avventura è finita.

2 commenti:

dario erle ha detto...

Letto tutto d'un fiato; sinceri complimenti per l'impresa "fisica", ma specialmente per la bellissima e precisa descrizione di queste nostre montagne vicentine mai sufficentemente valorizzate ed apprezzate.

Anonimo ha detto...

CHE IMPRESA MERAVIGLIOSA, COMPLIMENTI!!! FANTASTICA LA DESCRIZIONE DEL PERCORSO AFFRONTATO. PS. MA QUANTA PRUGNA BEVETE RAGAZZI???