Prologo

Non sono un alpinista. Non ho mai fatto un Ottomila. I grandi giganti delle Alpi li ho visti a malapena dal disotto o in funivia, come la stragrande maggioranza dei comuni mortali.

Le esperienze dell'infanzia si riducono a cinque soggiorni in una colonia estiva di Tonezza, quando, oltre al Cimone, sembrava un’impresa conquistare lo Spitz. Dell’adolescenza ricordo solo qualche estemporanea escursione in montagna con mete quali la Sisilla di Campogrosso o al massimo il Verena. Ben altri erano i passatempi e le passioni che mi assorbivano in quel periodo.

Poi, a vent’anni, non trovando la mia rivista calcistica preferita, in un’edicola di Cesuna, mentre facevo una breve visita alla mia famiglia che era in loco per le vacanze, mi guardai annoiato in giro. Un libriccino con uno strano disegno tra due bande rossastre e fasciato con un cartoncino dalla sgargiante scritta “Novità” attirò la mia attenzione. Lo presi in mano e lessi il titolo: “Guida alle Fortezze degli Altipiani”. Fu come essere attraversati da una scarica elettrica.

La Storia è sempre stata una mia passione, ma mi accorsi in seguito che quella descritta nei libri di scuola o nelle enciclopedie è alquanto fredda, distaccata, quando non addirittura superficiale. Ad ogni modo, divorai il volumetto rimanendo folgorato dallo stile espositivo dell’autore: Gianni Pieropan. Le sue due grandi direttrici: ”gli uomini e gli avvenimenti che hanno scritto con il sangue pagine indelebili di storia, visti attraverso il magico filtro della montagna”, divennero anche le mie.

Altri volumi seguirono ed imparai ben presto non solo il quadro di insieme, ma anche i nomi di ogni singolo monte, valle, e quant’altro lungo le linee del fronte della Grande Guerra.

Poi iniziai ad andare a vedere con i miei occhi, sul “campo”, i vari luoghi, coinvolgendo la morosa un po’ restia, e tutta la compagnia. Dapprima furono gli altipiani dei Sette Comuni e Vezzena, poi iniziammo le esplorazioni di quelli di Lavarone e Folgaria. Era un’attività alquanto dilettantesca che abbracciava solo l’arco di tempo che va da maggio a settembre e che risentiva anche di ogni minimo accenno di maltempo, causa di un’immediata rinuncia all’escursione domenicale.

L’abbigliamento era del tutto inadeguato e l’unica cosa che avessimo e che si potesse definire “tecnica” erano gli scarponi, pur se scelti spesso tra i generi più economici. Fu poi la volta del Grappa, seguito dai monti che sovrastano Arsiè, e quindi dalla montagna che domina l’alta Val Leogra: il Pasubio. Il mio primo vero grande amore.

Non c’era l’emozione di scoprire bui stretti frananti pertugi come nel caso dei vari Forti, ma una sensazione di grandiosità, di sublime. Non c’è cima canalone o anfratto che non abbia visitato su questa magica montagna. Seguì ben presto il Carega, sicuramente più alpinistico, ma nemmeno paragonabile dal punto di vista storico.

E vennero le Dolomiti. Un altro grande, anzi immenso amore. Forse il più grande.

Per diverse estati di seguito scelsi luoghi di vacanza in questa piuttosto che in quella vallata. Le prime escursioni, il primo prender contatto con una diversa realtà, alpinisticamente molto + imponente e che vide le incredibili eroiche tragiche gesta di un'intera generazione di ragazzi Italiani ed Austro-Ungarici.

Proprio sul + bello, il filo si interruppe. Ma non si spezzò. Il matrimonio, nuovi impegni e la crescente ritrosia di mia moglie verso le fatiche montanare, mi consigliarono di indirizzare l’attività sportiva verso il nuoto e la mountain bike. Poi sopravvenne una a dir poco dolorosa separazione.

Che fare? Forse annegare la disperazione nell’alcool o peggio in giro a donne di malaffare, come fanno del resto in tanti? Certo che no! Le montagne erano sempre la e sembrava che una forza misteriosa, magnetica, mi attirasse verso di loro. Pian piano ricostruii una compagnia di amanti delle vette, a volte mi unii ad altri, ma, comunque sia, inizia a dotarmi di un abbigliamento e di un’attrezzatura di prima grandezza. Escursioni sistematiche ad un ritmo di 50-60 lungo tutto l’arco dell’anno. La presa di contatto con ferrate sempre + difficili, dislivelli sempre maggiori, tempi di percorrenza sempre + ridotti, trekking su + giorni consecutivi. Sino a fare cose che una volta ritenevo impensabili, come le Alte Vie delle Dolomiti, della durata media di 9-10 giorni.

La scorsa estate, a luglio, una coppia di cari amici mi prestò un libro. Era “Altavia delle Alpi Vicentine – Storie di Confine” scritto dall’alpinista, lui si, Tarcisio Bellò. Lo lessi con molto interesse e devo ammettere che ne sapevo ben poco di lotte tra montanari confinanti, di cippi di frontiera e di trattati tra gli Asburgo e la Serenissima. Una lacuna, grave se si considera che riguarda luoghi appena fuori porta, che si può ben dire colmata. Tutto preso dai preparativi per l’imminente Altavia delle Leggende Bressanone-Feltre, non presi nemmeno in considerazione l’idea di emulare l’autore e prestai a mia volta il libro ad un amico.

Si chiama Andrea, ma è noto in tutta Montecchio con il soprannome di “Ughe”. Ci conosciamo praticamente da sempre. Lui single incallito, io di fresco ritorno. Il progetto era di passare la settimana di ferragosto in Istria, a godere di un po’ di mare e di vita mondana. Causa un recente cambiamento di lavoro, era la sua unica pausa vacanziera, per me l’epilogo delle ferie.

Come me, anche se in misura minore, si può definire una persona appassionata di montagna e di Grande Guerra. Una sera, al mio ritorno dalle Dolomiti, davanti ad una birra fresca iniziò a dirmi che la lettura lo aveva molto coinvolto. Sono si, precisò, monti visti + volte, ma mai stati “collegati” tra loro in un'unica “collana” e vissuti sotto questa nuova luce interpretativa. La via tracciata da Bellò lo affascinava. Mi rammentò che non aveva mai fatto un’altavia, vuoi per vecchi problemi ad un ginocchio, vuoi per intoppi legati al lavoro.

Dal canto mio non avevo dubbi sulla sua tenuta fisica: è un tipo dinamico, sempre alle prese con vari dopolavori agricoli o di disboscamento. Non in senso lato, ma per preparare il terreno per il “roccolo”, dove dedicarsi anima e corpo al suo hobby preferito: la caccia. Incominciai ad accarezzare l’idea.

Alla terza birra da mezza pinta ero già + propenso alla cosa, alla quarta del tutto convinto.

L’indomani presi in mano il telefono e prenotai, non senza difficoltà, i punti di appoggio per le varie tappe.

Il mattino del giorno designato, alle sette in punto, mi ritrovai così in attesa davanti al cancello di casa. Da Recoaro al Grappa, lungo l’antico confine vescovile. Sarebbe stata una bella avventura e, se non proprio un’impresa da ascrivere negli annali, comunque pur sempre una cosa mai fatta da nessun nostro compaesano e di cui parlare, e magari andarne fieri, con amici e conoscenti.

Brendola, ottobre 2007

3 commenti:

Anonimo ha detto...

sperando di trovare utili informazioni ho trovato le tue vuote vanterie. Forse non hai compreso nulla dello spirito della montagna, ma che razza di trekker sei.

Anonimo ha detto...

Guarda l'idea è ottima ma la realizzazione molto migliorabile. Se posso permettermi sintetizza, soffermati sui particolari utili (dislivello, tempi, descrizione itinerario, ecc.), qualche breve commento personale ci sta ma senza esagerare.
Così risulta una sorta di soap opera, pressoché inutilizzabile, peccato...

Anonimo ha detto...

Ma che commenti sono, se avete bisogno di dati acquistate il libro!!! Qui, a me sembra si vuole far parlare le emozioni e le sensazioni provate!